ZINGARETTI ATTORE E REGISTA DI «THE PRIDE» AL BELLINI «PORTO IN SCENA L'AMORE CHE È SEMPRE RIVOLUZIONARIO»
Ma sei matto? Questo mi hanno detto colleghi, amici, registi, produttori quando ho fatto leggere il copione. La pièce non ha un ruolo di protagonista ed è difficile da portare in scena. È stata scritta per il teatro off, mentre io la porto in quelli maggiori. L'autore, per giunta, lascia al regista il compito di risolvere svariati problemi di messinscena. Si parla anche di gay... Ti vai a mettere nei guai, mi hanno avvertito in molti. Ma più parlavano, più cresceva la mia voglia di accettare la sfida. E ho avuto ragione. A sipario chiuso molti spettatori mi dicono: "Finalmente qualcosa che ci riguarda, ci emoziona,ci fa riflettere"». 
Luca Zingaretti porta al Bellini, da martedì al 28 febbraio, «The Pride» (L'orgoglio), del greco-inglese Alexi Kaye Campbell. L'attore, che vedremo il 29 febbraio e il  7 marzo su Raiuno in due nuovi episodi di Montalbano, firma anche la regia ed è in scena con Maurizio Lombardi, Valeria Milillo e Alex Cendron. 
«The Pride» si divide in due storie slegate, con gli stessi personaggi e gli stesi attori. Una si svolge nel 1958, l’altra nel 2015. Nella prima Sylvia, ex attrice reduce da un esaurimento, lavora alle illustrazioni del libro di Oliver, scrittore per ragazzi e non vede l’ora di mostrarle al marito, Philip. Nell'altra, Oliver, giornalista gay, ha appena lasciato Philip, foto-reporter con cui è legato da due anni. Sylvia, loro amica, cerca di capire il perché.
Zingaretti, perché ha accettato la sfida?
«Il testo è drammaturgicamente potente, molto ben scritto, si dipana con un gioco di dissolvenze incrociate che evoca il cinema e, soprattutto, affronta temi che mi stanno a cuore». 
Quali?
«Innanzitutto l'amore, etero e gay. E oggi ce n'è tanto bisogno. L'amore è rivoluzionario. Poi, parla di identità. Mostrando le storie dei personaggi l’autore si rivolge al pubblico e dice: come stai messo con la tua vita? Stai conducendo quella che volevi fare? Quando la mattina ti trucchi o fai la barba, l’immagine nello specchio assomiglia a quella desiderata? Oppure hai smesso di decidere sulla tua vita e la deleghi agli altri? E se è così, senti il bisogno di riprenderne il controllo?». 
Le due storie sono distinte. Che cosa le unisce? 
«Nell'una trovi gli echi, i rimandi dell'altra. Come se un personaggio evocasse in vari modi il suo corrispondente. Philip, per esempio, che è il mio, nel '58 è costretto a negare la propria omosessualità per le pressioni sociali che subisce; nel 2015 può esplicitarla meglio perché i tempi sono cambiati». Ma «The Pride» non è un testo sui gay... «Sarebbe riduttivo pensarlo». 
Il recente dibattito sulle unioni civili, però, lo rende ancora più attuale. 
«Senz'altro. Tuttavia, ho scelto il titolo in tempi non sospetti. Io sono un artista. Faccio politica attraverso ciò che racconto. E poi, ogni guerra ha le sue battaglie. E il suo tempo. Tra un po', spero presto, l'ostracismo sulla sessualità ci farà sorridere». 
Lei non disdegna la tv, che le ha dato tanto successo, ma non dimentica il teatro. 
«Non lo abbandono. In questo momento storico in cui tutto è digitale, perfino l'amore, il teatro è l'occasione per vedere una persona che piange, ride, suda, finge ma vive. E lo fa in carne e ossa. E se la storia che racconta è anche bella e interessante, egli stesso, assieme al pubblico, partecipa a un rito collettivo, a una macchina che accende un'energia, un incendio, e instaura un processo virtuoso e nutriente per l'anima e la cultura. Anche per questo amo Napoli». 
Spieghi.
«La città ha un gran fermento culturale. E penso a Sorrentino, Servillo e all'ultimo Oscar; penso al lavoro di Teatri Uniti e, in genere, al vostro teatro; penso alla musica; e anche a "Gomorra". Forse tutto dipende dal fatto che l'arte nasce da uno scompenso. Come diceva un gran pensatore, se avesse sempre un pasto caldo e una donna (o un maschio), l'uomo sarebbe ancora all'età della pietra. Se sei appagato, non senti l'urgenza di esprimere il malessere. Napoli è come un famoso verso di De André: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior». 

Luciano Giannini  -  Il Mattino

 
 
 

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