VOLTI DI NAPOLI, BENEDETTO CASILLO: "CI RUBANO LE TRADIZIONI E MI FA MALE AL CUORE"
Attore e regista, in questi giorni al Totò: sta per festeggiare i cinquant'anni di attività. Dalle origini con i "Sadici piangenti" ai successi più recenti, senza mai uscire dai binari del teatro popolare: "I napoletani si stanno estinguendo. E perfino la lingua: che peccato"
Benedetto Casillo (nella foto di Riccardo Siano) è in questi giorni in scena, come attore protagonista ma anche regista di "Caviale e lenticchie", mitica commedia di Scarnicci e Tarabusi, che fu portata al successo da Nino Taranto negli anni Cinquanta. Casillo è dunque protagonista applauditissimo, al Teatro Totò, ma la sua performance teatrale non si fermerà qui. Sarà successivamente nel cartellone del Teatro Sannazaro, sempre a Napoli, e dopo al Teatro Parioli di Roma.
Non è il suo primo incontro con questi autori, Casillo, vero?
"Il primo fu "I papà nascono negli armadi", e l'incontro non fu semplice: avevo osato cambiare il titolo in "La fortuna bussa all'armadio". Il figlio di Tarabusi, sospettosissimo, venne a Napoli con un avvocato al seguito, ma poi quando vide lo spettacolo mi fece i complimenti. È una commedia divertentissima, rappresentata in Giappone, Ucraina, Francia".

Questa volta niente polemiche?
"Mi sento spesso con la signora Tarabusi e ormai siamo amici, mi concede qualche indispensabile "infedeltà". Anche se il titolo è rimasto eguale, ho ambientato l'azione in un'epoca imprecisa tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei Sessanta, ho aggiunto qualche mia idea".

Che ricorda di quegli anni?
"Ci sono legato, era la mia fanciullezza, Mario Riva, il Musichiere, Mike Bongiorno, il Vomero che oggi non c'è più, dove si andava per vedere la partita, Vinicio, Pesaola, Bugatti".

Già tifava per il Napoli?
"Sono stato un grande tifoso, poi scandali e malcostume mi hanno allontanato dallo stadio. Gli arresti, gli arbitri corrotti: per un tifoso come me sono ferite che non si rimarginano e poi gli ingaggi dei calciatori sono schiaffi alla miseria... Il Napoli è sempre il Napoli, ma non c'è più quell'ansia che la domenica mi impediva addirittura di mangiare... Un anno mi feci secco secco e i miei si preoccuparono, ma era che il Napoli andava male".

Giocava al pallone da ragazzo?
"A quindici anni ero malato di calcio, giocavo terzino nella squadra dei Cappuccini, mi cacciarono perché ero scarso e facevo troppe autoreti, un brutto momento".

Fu allora che si avvicinò al teatro.
"C'era una compagnia amatoriale a Piedigrotta, era il 1957: una sera salii sul palcoscenico, mi misurai delle parrucche, mi sentii ridicolo e giurai che non l'avrei fatto più".

E invece?
"Invece ci tornai. Mi dicevano che ero bravo e rimasi. Feci un provino alla Rai, mi bocciarono: non avevo unna buona dizione ed andai in crisi".

Ma non si scoraggiò, Casillo...
"Incontrai Renato Rutigliano, era geniale, insieme per un po' creammo il gruppo dei "Cabarattoli". Ci ritrovammo qualche anno dopo al Sancarluccio. Fummo i Salici piangenti, poi i Calici piangenti, e poi i Sadici piangenti. Un successo grande, spettacoli alla Mostra d'Oltremare con i bagarini e tanti dischi venduti".

La sua famiglia come la prese?
"Erano contenti, mia madre però a teatro a vedermi non c'è venuta mai. Io ho radici umili: papà era guardiano notturno, mia mamma una lavandaia, sono cresciuto a Mergellina e la Chiesa era un po' la mia casa. Ricordo Don Giusto, uno dei primi preti con la tonaca sporca: si dava da fare per noi, ragazzini con poche possibilità. Così ho frequentato sempre chi vive nel quartiere, conosco tutti e tutti mi conoscono. Sono di Mergellina, vivo per strada, sono nato scugnizzo e resto scugnizzo dentro, anche se i napoletani stanno scomparendo e perfino la nostra lingua sembra vada persa, fa male al cuore".

E la tradizione?
"È molto importante. Da bambino non avevamo la televisione e in casa mia la sera nonna o mamma raccontavano i "fattarielli". Storie semplici di santi ed eroi. Ci piaceva la leggenda della Madonna di Piedigrotta uscita per salvare i mariani nel mare in tempesta, io ne ero affascinato, mangiavo storie popolari, fede e pane".

Forse è nata così la "serenata"?
"La "Serenata alla Madonna di Piedigrotta" la creammo negli anni Ottanta, la festa si spegneva e 35 anni fa decidemmo di coinvolgere tutti, i vecchi innanzitutto che ci aiutarono con gioia. Vennero tanti artisti e cantanti. Facemmo girare l'antico mantello della Vergine. Ora la nostra festa vive, è forse un po' ingenua, ma non banale".

Ma non c'è più la festa di un tempo...
"Sarebbe bello se il lungomare ora libero dalle auto potesse ospitare una festa popolare come quella, con sfilate di carri, bancarelle tradizionali, canzoni vecchie e nuove. Se fosse ben riproposta e organizzata, una festa di popolo e non per il popolo, sarebbe anche un richiamo turistico importante. Il lungomare è bellissimo e la nostra tradizione potrebbe vivere ancora. Ma proprio nei giorni della Piedigrotta invece oggi si fa "Pizzafest". È un peccato".

Molti la ricordano in "Così parlò Bellavista".
"Andavo alla cantina di vini e cucina di donna Dolores,
 di fronte alla metropolitana: ci andavo sempre, lì conobbi Luciano De Crescenzo. La produzione voleva nomi più noti, ma lui tenne duro e ci portò al successo".

Casillo, come festeggerà i suoi cinquant'anni di teatro?
"Ho un progetto ambizioso che per scaramanzia non dico ancora: ci penso da tempo, vorrei portare a teatro i personaggi di quel film, forse questa sarà la volta buona per fare una gran festa"

Giulio Baffi  -  La Repubblica

 
 
 

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