SAPONARO AL PICCOLO BELLINI «EDUARDO COME UNA PARTITURA NEL GRAN GIOCO DELLA MORTE»

«È il gran gioco della morte, tremendo e grottesco. Nel Prologo c'è un becchino che recita una novella di Pirandello, tradotta in versi napoletani, «I pensionati della memoria», che è un confronto con le ombre dei morti; e nei due atti unici che seguono è sempre lei, la falciatrice d’anime, a fare da protagonista». Francesco Saponaro spiega l'ultima sua operazione di teatro, che prende spunto dalla tradizione per superarla: mettere insieme due atti unici di Eduardo De Filippo, uno della Cantata dei giorni dispari, «Dolore sotto chiave», scritto nel '58 come radiodramma per sé e Titina nel ruolo di una donna tanto premurosa da nascondere al fratello che la moglie è morta da un anno; l'altro è «Pericolosamente», del '38, Cantata dei giorni pari, in cui lo scontro quotidiano tra marito e moglie ha ogni volta una catarsi: nel momento in cui egli le spara con una pistola, lei crolla come se morisse, poi si rialza e pensa di essere miracolosamente viva perché il marito fallisce la mira; in realtà l’arma è caricata a salve. Prodotto da Teatri Uniti con Università di Calabria e Napoli Teatro Festival, lo spettacolo arriva da oggi al Piccolo Bellini. In scena, Tony Laudadio, Giampiero Schiano e Luciano Saltarelli, nel ruolo di entrambe le donne degli atti unici.

Saponaro, perché un attore al posto di un'attrice?

«L'ho fatto per un gesto con temporaneo di trasfigurazione, che renda ancor più surreale la lettura delle pièce. Non è importante il sesso di un interprete, mala sua credibilità. E Saltarellilo è. Maschi, d'altronde, coprivano ruoli femminili nell'antichità; e Luca De Filippo, che manca molto a tutti noi, mi parlava di una "Filumena Marturano" fatta da detenuti ovviamente con un maschio protagonista».

Ricostruisca la sua operazione di teatro.

«Vedo lo spettacolo come una partitura musicale con un Prologo, la novella di Pirandello; un cuore, "Dolore sotto chiave"; e una conclusione, "Pericolosamente". Tutti, come dicevo prima, trattano il tema della morte, e dei morti, oltre a quello, solito, della famiglia. E ciascuna parte è omogenea alle altre con registri ora comici, ora tragici, ora surreali, feroci, grotteschi».

Parliamo di Eduardo: alcuni ne prendono le distanze come cantore piccolo borghese che con il primato della parola scritta ha consacrato la morte della più genuina tradizione napoletana.

«Non racchiudo la nostra grande tradizione teatrale in categorie. Io ho fatto anche Scarpetta, Moscato, intendo in futuro affrontare Viviani…be', ciascuno possiede la propria identità e tutti fanno parte di un magma vivissimo che va dal Seicento a oggi. La loro messa in scena è come un viaggio in una cultura unica al mondo, i cui esponenti dialogano tra loro attraverso il teatro che si rinnova».

Il rapporto di Teatri Uniti con l’Università di Calabria?

«Prezioso. Ad Arcavacata abbiamo anche un auditorium di 500 posti e la possibilità di dormire nel campus durante le prove. Gli studenti e i docenti ci sono vicini, seguono il nostro lavoro, si confrontano con noi e noi con loro. Il teatro si rinnova volgendosi ai giovani».

Luciano Giannini  -  Il Mattino

 
 
 

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