ORSINI AL DIANA CON POPOLIZIO NEL SEGNO DI MILLER - INTERVISTA «TRA PASSATO E PRESENTE IL PREZZO AMARO DELLA CRISI»
«È il terzo Miller che porto in scena, dopo ''Morte di un commesso viaggiatore ed ''Erano tutti miei figli''. È un autore che amo, moderno, attuale. Questo testo mi capitò sotto gli occhi a Londra sei anni fa,non era stato ancora tradotto in italiano. Lo lessi e mi sedusse il tema della crisi, la Grande depressione del ’29, e delle conseguenze che provocò nella vita di tanta gente allora e dopo. Lo stesso autore la subì». 
Prestigioso interprete della scena italiana, Umberto Orsini torna stasera a Napoli per portare, al Diana, «Il prezzo», che Miller scrisse nel ’68. Con lui Massimo Popolizio, che firma anche la regia, Elia Shilton e Alvia Reale. La traduzione è di Masolino D’Amico. 
Orsini, partiamo dalla trama per spiegare poi quel che sottende. 
«Siamo nel ’65, 36 anni dopo la crisi. I figli di un uomo caduto in rovina, ormai adulti, si ritrovano a vendere i mobili della sua casa, che deve essere demolita. Uno dei fratelli ha frustrato le proprie aspirazioni ed è diventato poliziotto per non abbandonare il vecchio, morto ormai da 16 anni. L'altro se n’è fregato, è andato via ed è diventato medico. Con loro, nell' appartamento, ci sono la moglie del poliziotto e un ebreo novantenne, il mio personaggio, Solomon, venuto a comprare i mobili e a stabilire, appunto, un prezzo. Una parola che è tutta una metafora». 
Di che cosa? 
«Il prezzo è quello della vita intera, pagato dalla famiglia in modo diverso. La nostra esistenza è legata alle scelte del passato, anche se ciò che era importante è diventato stupido, grottesco, ridicolo... e viceversa. Insomma, bene e male si confondono ed è illusorio porre le basi di un edificio morale che resista al tempo». 
Teatro di parola questo Miller? 
«E di interpretazione, come lo definisce Popolizio, che nel ruolo di Victor è praticamente sempre in scena. Devo a lui, come ad Alvia Reale e a Shilton, se il progetto è diventato realtà. Perché avevo bisogno di attori eccellenti. Ed essilo sono». 
L'attualita' del testo? 
«Anche noi viviamo in una crisi, che non è solo economica, ma anche morale, e condiziona il nostro futuro...un figlio non potrà proseguire gli studi, troverà un lavoro precario che provocherà altre scelte. La verità è che attorno al denaro si muove quasi tutto». 
Il denaro come fine e non come strumento. 
«Il commesso viaggiatore di Miller muore per dare un'assicurazione ai figli; le classi sociali mutano, si fanno carte false con l'ambizione di acquisire uno status migliore, le campagne si spopolano perché la città offre più speranze di ricchezza e successo; aumentano la cattiveria e il cinismo. ''Il prezzo'' è una commedia cattiva, ma anche divertente e amara». 
Chi è il suo Solomon? 
«Divertente e amaro anch’egli. Ebreo russo, sposato tre volte, una figlia suicida, ma è l’unico che riesce a vivere con allegria, perché vince la disperazione con il raziocinio, dà la speranza di poter piangere e sorridere insieme. E diventa protagonista di un finale sorprendente, che mi ricorda ''Il giardino dei ciliegi'', quando il vecchio servitore resta a guardia di una casa, e un giardino, già crollati sotto i colpi della modernità». 
Come vede la riforma della prosa? 
«Ha cose buone e difetti. I Teatri Nazionali sono costretti a produrre molti titoli in sede, togliendo spazio ad altre compagnie. La mia, che ha prodotto ''Il prezzo'', mira molto in alto. Solo alzando la qualità si vende il prodotto, nonostante le difficoltà del fare impresa. Il fatto è che l'industria dello spettacolo in Italia è grossa quattro volte la Fiat, ma se scioperano dieci dipendenti di un supermercato fanno notizia, se lo facciamo noi non importa a nessuno». 

Luciano Giannini  -  Il Mattino

 
 
 

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