NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA 2016 - MUSICA, CINEMA, WEB COSÌ CAMBIA LA SCENA. UN CARTELLONE DI 45 TITOLI DA TUTTO IL MONDO.
Teatro e danza, musica, cinema, televisione, web, circo, marionette; teatro di parola e di silenzio: nuovi e vecchi linguaggi confluiscono sulla scena, ma soprattutto si intrecciano e si confondono in 45 spettacoli nel segno della contaminazione. Questo, soprattutto, è il Napoli Teatro Festival Italia 2016, che comincerà martedì prossimo e terminerà il 15 luglio. Così lo ha voluto il nuovo direttore. 
Prestigioso regista di fama mondiale, Franco Dragone  (nella foto) ha confezionato un programma che mostra una multiforme sintesi moderna di un'arte antichissima, puntando innanzitutto su temi e drammi della nostra inquieta attualità. Ha voluto anche una edizione che si estendesse nello spazio e nel tempo: che non si fermasse a Napoli, ma si diffondesse nel cuore profondo della sua regione; e avesse un seguito in autunno e a Natale. 
Per l'occasione, il direttore ha invitato compagnie di Europa, Giappone, Medio Oriente, Africa, Nord e Sud America; artisti che si chiamano William Kentridge, Peter Sellars, Valery Fokin, Robert Lepage,  Joël Pommerat, James Thierrée, Svetlana Zakharova, le sorelle Labeque; tra gli italiani ,Emma Dante e Serena Autieri, Maurizio de Giovannie Ascanio Celestini, Babilonia Teatri, Angela Pagano, Andrea Giordana ed Eugenio Barba, Erri De Luca, Anna Bonaiuto e Piera Degli Esposti; e, nelle "Letture" di cunti della tradizione raccolti  da Roberto De Simone, artisti popolari come Umberto Orsini, Giancarlo Giannini, Isa Danielie Vincenzo Salemme. 
Già l'anteprima prevista per martedì 14 è nel segno del dolore del mondo e dell’impegno civile: «La tempesta» di Shakespeare nella traduzione di Eduardo in una mise en espace a Nisida con Michele Placido e i ragazzi dell'istituto minorile. Lo spettacolo si lega idealmente a uno dei tre previsti per l'inaugurazione, il giorno dopo: «Aspettando il tempo che passa», che coinvolge i giovani del penitenziario minorile di Airola. 
Molti spettacoli riflettono sulla divisione del mondo tra chi sta controlla il sistema e chi ne sta fuori. In «Money», per esempio, François Bloch medita sulla crisi e la supremazia del danaro, aggiungendo, nel sottotitolo: «Tutto quello che non sapete sul denaro perché nessuno ve lo dirà mai e d'altronde è meglio non saperlo, perché se lo sapeste, sarebbe peggio». 
In «Ubu and the truth commission» il sudafricano Kentridge studia i verbali della «Commissione perla verità e la riconciliazione» (1960) incaricata di catalogare le testimonianze sull'apartheid e li contamina con il capolavoro di Alfred Jarry, unendo marionette, recitazione, musica, animazione e video. 
Omar Abusaada, invece, penetra nello stato comatoso di un ragazzo pestato a sangue per raccontare quello della sua terra martoriata, la Siria; Carlo Cerciello, mettendo in scena «Animali notturni» di Majorga, rimarca i traumi degli immigrati senza permesso di soggiorno; «Black clouds» di Fabrice Murgia svela il mondo oscuro e disumano del web invisibile, quello del turismo sessuale, della pedofilia e delle truffe online; mentre con «Flexn» Peter Sellars orchestra il grido di denuncia contro il razzismo e la violenza del sistema sociale Usa; in «Laika», l'affabulatore Celestini ci porta nel suo mondo di nobili perdenti. Al festival c'è l'infanzia negata, ma ci sono anche quelle del sogno e della fatica di essere adulti: il «Pinocchio» di Pommerat, per esempio, è «una creatura ingenua, smarrita, incantata e quindi – precisa l'autore – è in una condizione profondamente teatrale». 
Nasce da un albero e al principio il suo folle bisogno di vivere si traduce in straordinari appetiti. Poi l’incontro con la scuola, la fata turchina, disavventure e peripezie lo condurranno su un percorso di formazione .
Ancora più incantato è l’universo di Thierrée, che vaga tra circo, teatro e danza in «La grenuille avait raison»; mentre «Mare mater» di Cocifoglia svela un esperimento pedagogico che agli inizi del Novecento raccolse 750 bambini napoletani sulla nave Caracciolo per dare loro una educazione. 
Al festival c'è l’amore: i pianoforti delle Labeque, in «Love stories»; «Les anguilles et l’opium»,in cui Lepage riprende un suo testo del 1991 e avvicina Cocteau e Miles Davis, la dipendenze amorosa e quella per gli oppiacei; «Il funambolo» di Genet, che rievocala sua passione per un acrobata finito suicida. 
In un interno borghese, invece, Maurizio de Giovanni ambientala sua prima commedia (al Diana). In «Ingresso indipendente», con Serena Autieri, tra salotto, cucina e ingresso, visti come tre gironi danteschi, si dipanano passioni, tradimenti, gelosie, equivoci, e un sorprendente finale. 
Al festival c’è il classico visto alla luce della contemporaneità: i due «Macbeth», innanzitutto. Nel primo, Luca De Fusco rilegge Shakespeare nel solco delle sue più recenti regie, che fondono teatro, cinema, musica e danza; Brett Bailey, invece, scomoda Verdi, trasportando la storia nella Repubblica democratica del Congo e nella cultura africana. «Il primo impulso – spiega – è stato quello di mescolare l'atmosfera cupa dell'opera di Verdi con i modi e i materiali della cultura africana. Seguendo i fili dell'immaginazione, ho pensato l'opera come scaturita da un monolite architettonico del XIX secolo, simile a una cattedrale di epoca coloniale, sperduta nelle radure dell’Africa centrale». Classico è anche «Verso Medea»: qui Emma Dante vede l'eroina incinta che intesse il proprio dramma di donna orgogliosa e rifiutata con le musiche dei fratelli Mancuso; mentre in «Peccato che fosse puttana» di John Ford (1633) Laura Angiulli mette in scena un dramma in cui le azioni portano al male e alla morte. Nello stesso solco si pone Valery Fokin che prova e rappresenta, a Napoli, «Le Troiane», con Angela Pagano e dichiara: «Mettere in scena Euripide ci permette di affrontare i temi più dolorosi dei nostri giorni: la guerra, la violenza, la relazione vittima-carnefice». Il mondo reale incalza e il teatro è vivo se ne è lo specchio.
 
Luciano Giannini  -  Il Mattino

 
 
 

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