NAPOLI TEATRO FESTIVAL - «IO, UNA CARMEN RUSSA CHE BALLA DA CUBANA»
«Carmen? Mi piace proprio perché mi assomiglia poco, così solare, sanguigna, appassionata, una sfida in più per me interpretarla». 
A distanza di otto mesi dal debutto al San Carlo, Svetlana Zakharova è di nuovo in città dove grazie alla collaborazione tra il Massimo e il Napoli Teatro Festival Italia, stasera (ore 19) e domani alla stessa ora, porta in scena al Politeama lo stesso balletto visto al Lirico, «Carmen Suite». 
Una coreografia di Alberto Alonso creata per Maya Plisetskaya, poi adattata alle esigenze della cognata Alicia e qui ripresa da Sonia Calero, compagna e musa del coreografo cubano che, novantenne, cucì addosso all' étoile ucraina il balletto in occasione degli ottant'anni della grande star russa su musiche di Massenet, Bizet e edrin (marito della Plisetskaya). 
Con la Zakharova ancora una volta Denis Rodkin nei panni di Don José e Mikhail Lobukhin in quelli di Escamillo oltre al Corpo di Ballo sancarliano preparato da Lienz Chang. 
In buca l'Orchestra del Conservatorio Nicola Sala di Benevento diretta da Alexei Baklan. «Bravi, bravissimi», dice la Zakharova dell'ensemble durante le prove. E applaude. «Credo sia importante dare la possibilità ai giovani di lavorare, fare esperienza».
E lei lavora spesso con i giovani?
«Certo, quando posso. Nel nostro campo, nelle orchestre, nel balletto, nell'arte in generale, la pratica è molto importante. Anche nel mio ultimo progetto, lo spettacolo intitolato semplicemente Amore che ho portato nelle ultime settimane in quattro città italiane, a parte Rodkin ho scelto ragazzi e ragazze molto giovani».
Vede tra di loro una nuova star?
«Chi lo sa. Certo che anch'io, da giovane, ho danzato al fianco di grandi étoile e ora cerco di restituire quello che ho avuto alle nuove generazioni».
Lei a Mosca ha creato anche un festival con il suo nome.
«Sì, si chiama semplicemente Svetlana, ho ospitato più di 500 ragazzi, quattordici diverse compagnie da tutta la Russia, dal lago Baikal alla Crimea, hanno danzato tutti gli stili e io con loro, classico, moderno, popolare davanti a più di quattromila persone. Una festa per la danza che vorrei ripetere e ampliare. E perché no, portando anche gruppi internazionali, magari dall'Italia».
Lei si esibisce sempre più spesso in Italia alla Scala e a Napoli, che effetto le fa?
«Beh, al San Carlo mi sembra quasi di essere a casa. Napoli l'adoro, adoro la città, il cibo».
Proprio qui aveva ripreso questa «Carmen Suite», ne vuole parlare?
«Alonso mi ha insegnato di persona ogni gesto, ogni passo. In questo balletto c'è tutto, amore, passione, gelosia, morte... A Mosca a quei tempi c'era una certa chiusura, così per montare lo spettacolo in omaggio alla Plisetskaya si stabilì di portare in scena non la sua vecchia coreografia dedicata alla grande Maya, ma quella, altrettanto storica, che lui aveva realizzato cucendola addosso ad Alicia Alonso, moglie di Fernando. Quindi questa coreografia che si rivedrà a Napoli è quella dedicata alla grande étoile cubana, Alberto Alonso sosteneva che io, il mio modo di danzare, gli ricordavo molto di lei». 
Ma lei ha qualche grande ballerina cui s'ispira?
«Tante. Non voglio fare nomi. Ho avuto anche la fortuna di danzare al fianco di grandi étoile e di arrivare in compagnia in tempo per sostituirle».
Lei da ragazza ha avuto anche momenti difficili, la danza è sacrificio?
«Già, erano i miei a volere che io studiassi danza... Ma oggi so che questa è la mia vita e non so se la danza è sacrificio, per me è normale che sia così, non saprei immaginare la mia vita diversamente da com'è».
E a chi si avvicina a questo mondo cosa suggerisce?
«Ognuno ha idee, sensazioni, motivazioni diverse, non esistono leggi valide per tutti. So però che è importante l'accademia, alle basi della danza classica c'è sicuramente molto studio, molta passione e uno studio professionale attento, l'arte si conquista».

Donatella Longobardi  -  Il Mattino


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