NAPOLI TEATRO FESTIVAL - «CON ROMEO E GIULIETTA RIVOLUZIONIAMO LA MUSICA»
«La musica non invecchia, è invecchiato il modo di presentarla». E voilà. Katia & Marielle Labèque, due grandi pianiste classiche, rivoluzionano il modo di presentarsi in concerto. E arrivano al Napoli Teatro Festival con «Love Stories» un vero e proprio show che unisce i loro due pianoforti alla tastiera elettrica, batteria, sei ballerini di breakdance e una danzatrice di contemporanea. Non è un caso se ad accoglierle sarà l'Arena Flegrea che, nell'occasione, inaugura il recente restauro e la stagione estiva in attesa degli eventi previsti dal suo cartellone, da Paoli e Cammariere a Diana Krall a Metheny, Massive Attack e Robert Plant. Uno spazio enorme, all'aperto, che rappresenta l'esatto contrario di una normale sala da concerto e che ben si presta all'operazione ideata dalle due musiciste francesi, madre italiana, da sempre legate alla cultura del nostro Paese, ascoltate in gennaio al San Carlo con tanto di accompagnamento orchestrale nel Concerto di Poulenc. Ma se quello era un evento legato alla loro straordinaria talentuosa performance, l'occasione dell'Arena mostra un aspetto diverso della personalità delle due artiste, attenta alle evoluzioni della musica d'oggi, alla sperimentazione e soprattutto al contatto con i giovani. «Love Stories» è infatti uno spettacolo composito, dedicato a Romeo e Giulietta, nato un anno fa alla Philharmonie di Parigi dove si replica (il 22, mercoledì) al Teatro dello Chatelet. Nella prima parte sono le sorelle ad esibirsi nella versione per piano di «West Side Story» (brano recentemente inciso per la loro casa discografica KML), nella seconda, il tema dell'amore conteso viene declinato attraverso una composizione di David Chalmin e la coreografia di Yaman Okur. «Sarà - racconta Katia Labèque - una sorta di balletto contemporaneo colorato di minimalismo, rock e elettro».
E cos'altro, signora Labèque?
«Uno spettacolo che attraversa varie forme artistiche, un viaggio nel tempo e in una storia d'amore sempre purtroppo drammaticamente attuale».
Romeo e Giulietta vivono ai nostri giorni?
«Sfortunatamente sì, esistono le guerre che dividono i popoli, le differenze di religione, di razza, le band e le gang che si contrappongono nelle banlieu . Ma io spero ancora che l'amore possa cambiare il mondo».
E la musica?
«Certamente, anche la musica può contribuire in questo cambiamento».
Com'è nata l'idea di mettere in scena l' amore di Romeo e Giulietta?
«In effetti il progetto è nato l'anno scorso, volevamo fare qualcosa con West Side Story' ma la musica di Bernstein è legata alla coreografia di Jerome Robbins e non poteva essere toccata. Così abbiamo diviso lo spettacolo e chiesto a Chalmin di scrivere un pezzo sul tema senza tempo dell'amore impossibile, un tema che permette di lavorare sulla violenza e l'armonia, l'odio e l'amore, Star-Cross'd Lovers'».
Lei e sua sorella lavorate spesso con Chalmin.
«Lo adoriamo! Scrive spesso per noi. Per celebrare i 50 anni del minimalismo abbiamo realizzato un progetto molto interessante con composizioni di La Monte Young, Terry Jennings, Terry Riley, Steve Reich e Philip Glass. L'altro grande progetto lo abbiamo presentato da poco a Lione, un omaggio a Moondog, il Vichingo della Sesta Avenue».
E poi c'è questo di «Love Stories» in cui avete coinvolto anche Okur.
«Lo abbiamo conosciuto nell'entourage di Madonna, per la quale ha lavorato. Ci è sembrato naturale rivolgerci a lui e chiedergli di creare una coreografia che ben si sposasse con la musica e le atmosfere create dalla musica, un ponte che unisce generi e talenti diversi, una vera coreografia ».
Queste operazioni aiutano a far conoscere ai giovani altri tipi di musica?
«Certo. Sono progetti aperti a tutte le generazioni, spero rappresentino un nuovo modo di comunicare dal palco, anche la danza aiuta molto, in un prossimo progetto pensiamo anche di utilizzare video».
Però non lasciate la classica.
«Mai. Il problema è che chi fa classica non fa sforzi, pensa che la musica basti a se stessa, ma non è vero».
In che senso?
«Quello è un modo vecchio, le sale si svuotano i giovani scelgono altro. La percezione della gente oggi è legata all'immagine, tutti navigano in rete, c'è un aspetto visivo di cui si deve tener conto anche in un concerto classico. Non si può presentare un pianoforte in una sala grigia, triste. La musica ha bisogno di una mise en scène. L'illuminazione, le luci, per esempio, hanno il loro ruolo, aiutano ad entrare nell'atmosfera suggerita dalla musica. Recentemente abbiamo suonato nel parco della Reggia di Schönbrunn, vicino a Vienna, davanti a centomila spettatori, una sorta di concerto di Capodanno in una notte d'estate. La musica dei Wiener era accompagnata anche da fuochi d'artificio, uno spettacolo completo, una festa speciale. Un po' come quello dell'Arena dove le luci e la danza, creano un insieme molto particolare». 

Donatella Longobardi  -  Il Mattino
 
 
 

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