NAPOLI TEATRO FESTIVAL - CELESTINI: «GLI ULTIMI E I NUOVI SCHIAVI RACCONTATI AL BAR»
Tra i protagonisti di giornata al Napoli Teatro Festival Italia c'è anche Ascanio Celestini, che alle 23 porta in scena al teatro Nuovo il suo spettacolo più recente, «Laika», già presentato a novembre scorso al RomaEuropa Festival e poi in tournée italiana fino a maggio. 
A Napoli si replica domani, ancora al Nuovo alle 23, poi martedì e mercoledì alle 21.30 al castello di Gesualdo in Irpinia. 
Con «Laika», Celestini propone anche al pubblico campano una poetica e dolente narrazione delle solitudini e dello spaesamento dei derelitti messi ai margini dalla globalizzazione, accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei e dalle incursioni della voce fuori campo di Alba Rohrwacher.
Celestini, che mondo è quello di «Laika»?
«Un mondo senza dio, dove i personaggi devono cavarsela da soli, nelle periferie che abitano e che per loro sono il centro del mondo. Per tutti gli altri, invece, queste periferie esistono soltanto quando vi accade qualcosa di eclatante, mentre le quotidianità dei loro abitanti sono dimenticate e non costituiscono materia delle narrazioni ufficiali. L'ordinarietà e la quotidianità di questi luoghi sono conosciute soltanto da chi ci vive, tra solitudini estreme e una solidarietà tra umili che spesso tenta di mitigarla».
Da quali esigenze e spunti nasce lo spettacolo?
«All'inizio, volevo raccontare alcune storie di facchini, in particolare quelli impiegati nei giganteschi magazzini di colossi della grande distribuzione come, per esempio, Amazon. Si tratta di lavoratori sfruttati all'inverosimile, fin quasi ai limiti dello schiavismo. Sono spesso stranieri, da un lato contenti di aver trovato un lavoro, dall'altro costretti a subire condizioni di enorme precarietà, che da puramente lavorativa inizia poi a toccare ogni altro aspetto delle loro esistenze. Man mano, però, ho deciso di allargare lo sguardo. E, così, ho inserito anche altri personaggi, come una prostituta, una vecchia pazza e il narratore, appena uscito da un bar e pronto a raccontare anche al pubblico ciò che ha condiviso poco prima con gli altri avventori di quello stesso bar».
Come ha strutturato la messa in scena?
«A prescindere dalle dimensioni effettive del palco, io mi muovo lungo uno spazio di tre metri per tre, con l'arredo scenico che cerca di offrire un ulteriore di vista allo spettatore. Intorno a me ci sono un sipario e una serie di cassette di plastica di vari colori, da retrobottega di supermercato».
Il riferimento del titolo è alla cagnetta lanciata nello spazio da una capsula spaziale sovietica nel 1957, «lost in space» proprio come i suoi personaggi?
«C'è quel riferimento, ma Laika vuol indicare anche il concetto di laicità. Comunque, la cosa interessante della storia di quel povero animale è che fu mandato nello spazio verso morte certa, in nome della scienza, soltanto perché bisognava mostrare al mondo che l'Unione Sovietica sarebbe stata la prima a mandare un essere vivente verso le stelle. Non a caso, fu scelta una cagnetta di strada, priva di pedigree e, dunque, ancora più sacrificabile. La sua storia m'è parsa una metafora perfetta di quelle di tutti gli umili diventati vittime sacrificabili in nome di non si sa cosa».
Che cosa la attende nell'immediato futuro?
«La tournée di Laika la avevo finita a maggio e le date campane le ho aggiunte perché mi piaceva essere presente al Napoli Teatro Festival. Però, sto già lavorando a una versione francese di questo spettacolo. Subito dopo, quindi, mi dedicherò a una pièce, anch'essa in francese, che ho deciso d'intitolare Spaesamento e che sarà il secondo capitolo di una trilogia dedicata alle periferie, aperta proprio da Laika e che completerò con Africa, anche se non so ancora quando».

Diego Del Pozzo  -  Il Mattino


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