«IO, FILUMENA E QUEL BACIO D'AMORE» GEPPY GLEIJESES APRE LA STAGIONE DEL DIANA CON EDUARDO E CELEBRA I 70 ANNI DELLA COMMEDIA
«Come dice Liliana Cavani, quella di Filumena è una grande storia d'amore, conclusa da due persone che si amano. Ecco perché, nella scena finale, dopo che lei ha recitato una delle battute sue più famose Dummi, sto chiagnenno... quant'è bello a chiagnere, io mi avvicino e la bacio. Sulla bocca. Nessuno prima d'ora l'aveva fatto. Un'intuizione avuta durante le prove. Liliana e Mariangela l'hanno accettata e oggi quel bacio è il suggello del nostro spettacolo». 
Per Geppy Gleijeses questa «Filumena Marturano» che apre a Napoli la stagione del Diana, con repliche fino al 30 ottobre, esalta il suo rapporto con Eduardo ma, soprattutto, riassume la sua vita di attore, capocomico, regista, direttore artistico. 
«È quella che scelsi, a dispetto di mio padre, quando gli dissi: voglio fare teatro». Lo spettacolo, peraltro, assume un valore particolare perché celebra i 70 anni della pièce, che debuttò il 7 novembre 1946 al Politeama. 
Geppy l'ha prodotta con il Festival di Spoleto, convincendo la Cavani, 83 anni, a firmare la sua prima regia di prosa. Quanto alla D'Abbraccio, «fu lei ad acquisire i diritti da Luca De Filippo. Per questo, e per la sua bravura, è giusto che abbia il primato in locandina... Il tempo passa, rende maturi. Per entrambi era giunto il momento di affrontare la più bella commedia della nostra letteratura teatrale».
 In compagnia, sono, tra gli altri, Nunzia Schiano, Mimmo Mignemi, Ylenia Oliviero e la giovanissima erede della famiglia Mirra, Elisabetta. Racconta Geppy. Racconta. Anche quel che con «Filumena» non c'entra. Il suo è come un flusso di coscienza. Eduardo, per esempio... «Ero giovane, ma già lo conoscevo. Un giorno, a casa, giugno '74, appena diplomato, squillò il telefono. Mio padre: Geppy, c'è Eduardo De Filippo. Sì, e io sono il principe De Curtis. Andai a trovarlo all'hotel San Pietro di Positano: Voi dovete fare Il figlio di Pulcinella' con il Collettivo di Parma. In quale ruolo? Il Figlio?. No, Pulcinella. Ma, diretto', voi l'avete fatto a 62 anni. E lui: Vuie o putite fa'. L'anno dopo misi in scena Chi è cchiu felice e me! e Gennariniello. Tornai da lui. Gli chiesi i diritti. Me li concesse. Mi spiegò regia, personaggi. E Paese Sera scrisse: Eduardo revoca il veto alle sue opere per un ventenne». 
Con lei hanno lavorato anche le attrici che sono state Filumena. «Pupella, donna dura e difficile. Ci dividevano 45 anni di età. Verso di me nutriva una sorta di possesso. Una sera, ero in scena, sentii la sua voce concitata e rabbiosa dietro le quinte. Inveiva. Contro Eduardo, che evidentemente l'aveva allontanata. Regina Bianchi, invece, era una donna meravigliosa. Una seconda madre per me. In Filumena aveva un solo difetto: era troppo giovane per il ruolo. Come la Loren. Eduardo non amò mai Matrimonio all'italiana».
 Valeria Moriconi? La Melato? 
«Ero in sala quando fischiarono Valeria. Mentre recitava, qualcuno gridò: A staie nguaianno. Massimo De Francovich aveva approfondito il dialetto, lei no. Ovunque fu sommersa dagli applausi, ma a Napoli, al Politeama, pagò il prezzo. Fece calare il sipario e scoppiò in lacrime. La Melato? Nel 2006 ci incontrammo al Quirinale per i Premi Olimpici. Mariangela, vuoi essere Filumena?. La risposta fu: Ho paura. Anni dopo l'avrebbe fatta con Ranieri, ma in tv. E la memoria mi evoca anche Alida Valli, che non c'entra col personaggio, ma con Eduardo sì. Un giorno confidò: Ero giovanissima e mi innamorai di lui. E il maestro che disse?. Piccere', ma ch'avimm' a fa' tutte e dduie? Tu me putisse essere figlia.
Fin dal debutto a Spoleto, il 2 luglio, avete raccolto trionfi. Questo vostro allestimento ha dei segreti? «Un cast eccellente e la regia cinematografica della Cavani, che si è mossa come dietro una lente di ingrandimento, lavorando su ogni attore, non lasciandolo mai fermo. E ha avuto l'intuizione felice di ambientare i primi venti minuti non nel salotto di casa Soriano, ma nella stanza da letto di Filumena, nel cuore della sua intimità. Infine, l'autore: lo spettacolo vola sulle ali di un costante realismo magico, perché Eduardo non è mai naturalistico. Non imita, ma interpreta la natura, filtrandola attraverso la lente di una fulminante ironia. E ci dona un copione che è un flusso continuo di emozioni, fa piangere e ridere. Come la vita». 
Il suo Domenico Soriano? 
«Una predestinazione. Come lui sono un campatore, mi piace vivere col sole in fronte... Parigi, Londra e ccorse.... Come lui amo le donne. E qual è la lezione di Stanislavskij? Attraverso la memoria emotiva il personaggio affiora in me dall'inconscio. Non ho studiato le battute. Leggevo e ricordavo. Eduardo è un genio. Il nostro Arthur Miller. Avrebbe potuto scrivere Morte di un commesso viaggiatore. C'è una sola differenza tra me e Soriano: io sono nato in una famiglia borghese, lui no. Ma quando volli fare teatro e mio padre si oppose... l'ho fatto».

Luciano Giannini – Il Mattino

 
 
 

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