IMPARATO AL DIANA CON «NON TI PAGO» NEL RUOLO CHE ERA DI DE FILIPPO: «IL SUO STILE: SERIETÀ, RIGORE E DEDIZIONE. IN SCENA RESTO FEDELE ALLA LEZIONE DI LUCA»
In questi giorni è a Napoli, sul set di una nuova serie Sky, «Linea verticale», con Valerio Mastandrea e la regia di Mattia Torre: «La storia è ambientata in un reparto ospedaliero, io sono nel ruolo di un paziente; per ora non posso dire di più. Giriamo a Ponticelli, nel nuovo Ospedale del mare, una struttura bellissima, non ancora inaugurata». Ma lo rivedremo anche in altre due fiction: una di Sky, «1993», il seguito di «1992», sugli anni di Tangentopoli, ideata da Stefano Accorsi; e l’altra di Raiuno, «I bastardi di Pizzofalcone», dal romanzo di de Giovanni, nel ruolo del vicecommissario Pisanelli. Stasera, però, Gianfelice Imparato sarà puntualmente al Diana, per indossare i panni di Ferdinando Quagliuolo, il protagonista di «Non ti pago»di Eduardo De Filippo, con la regia del figlio Luca, che sostituì fin da quando la malattia lo costrinse a fermarsi. Al fianco di Imparato sono la vedova di Luca, Carolina Rosi, Nicola Di Pinto e Massimo De Matteo. Imparato, molte date legano lei e Luca. 
«È vero. Il 25novembre’80, due giorni dopo il terremoto, ero a Roma, alla riunione della compagnia con cui Luca cominciò l'avventura di capocomico. Debuttammo alla Pergola di Firenze nel gennaio '81 con "La donna è mobile", di Vincenzo Scarpetta, diretto da Eduardo. Nel gennaio 2016 sono tornato sullo stesso palcoscenico, ma al suo posto, in “Non ti pago”».
Lei era stato chiamato a sostituire Luca già per le repliche milanesi. 
«Sì, e dopo Milano avrei dovuto lasciargli il posto. Ma purtroppo non è andata così. Il 27 novembre dell’anno scorso eravamo a Civitavecchia quando ci avvisarono della sua morte, ma anche della sua ultima volontà: andare in scena comunque, così come egli aveva fatto, proprio al Diana, quando Eduardo ci lasciò». 
Domenica prossima, a un anno esatto dalla scomparsa di Luca, lo ricorderete in teatro? 
«Non abbiamo ancora deciso, ma Carolina sta organizzando un ricordo a Roma, per lunedì 28». 
Parliamo del suo personaggio. 
«Emozioni...Quella prima sera, a Civitavecchia, fu tosta. Mantenemmo duro tutti fino a quando calò il sipario. Poi, in camerino, io ebbi un collo emotivo». 
Sente su di sé una responsabilità particolare? 
«Restare fedele alla lezione di Luca, che è poi quella del padre: serietà, rigore, dedizione al lavoro. Ovviamente, sento anche il piacere di farlo».
Che impronta personale ha dato al Quagliuolo? 
«Non ho visto come lo interpretava Luca, ma anche in questo caso resto fedele alla sua regia. Poi, certo, ho dato al personaggio i miei colori, nel rispetto del testo». 
Chi è Quagliuolo? 
«Un sognatore irriducibile, che non si arrende di fronte alla realtà, che gioca non per sete di danaro, bensì per una sfida col trascendente. Ma oggi anche il gioco è cambiato. Un tempo faceva parte della tradizione, aveva ritualità e dignità. Con una puntata di cento lire si sognava per una settimana. Oggi c’è una estrazione al giorno, e anche di più. Imperano la nevrosi, la volgarità, e la sete selvaggia di arricchimento facile e immediato. Con la complicità ipocrita dello Stato, che fomenta le scommesse, ma poi ci ricorda: "Il gioco crea dipendenza". Un po’ come le foto dei moribondi sui pacchetti di sigarette. Perché non ha messo i cartelli anche davanti all’Ilva o alle industrie di Eternit per far sapere agli operai: qui ci lasciate la pelle?». Lei è di Castellammare. Come Annibale Ruccello. Quale ricordo ha di lui a 30 anni dalla morte? 
«Pochi giorni prima di quel 12 settembre '86 ci eravamo visti per tentare di combinare qualcosa insieme per la rassegna "Attori in cerca d’autore". Volevo portare un suo testo, ma aveva già dato "Anna Cappelli" a Benedetta Buccellato. Così, presentai un testo mio».

Luciano Giannini  -  Il Mattino

 
 
 

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