IL DEBUTTO AL NUOVO MOSCATO E LA «GRAND’ESTATE» DELL'ITALIA - L'AUTORE: «GLI ANNI TRENTA FURONO ANNI DI SPERANZA, OGGI LA TV HA UCCISO TEATRO E PUBBLICO»
Enzo Moscato non ama il presente. Preferisce il passato; soprattutto quello del fascismo e della guerra: «Amo molto quegli anni, che furono liberticidi, ma vitali. E, lo sanno tutti, io non ho simpatie per la destra. A quell'epoca tornano molti miei spettacoli, "Luparella", "Trianon", "Littlepeach", "Toledosuite", "Piècenoir"», dice. E oggi anche l'ultimo, "Grand’Estate", che debutta stasera al Nuovo, dopo la mancata prima di novembre. In scena il drammaturgo, attore, regista è affiancato da Massimo Andrei. Con loro, c'è un  coro formato dai nipoti Peppe, Francesco e Giancarlo; poi Giuseppe Affinito e Caterina Di Matteo. Gino Grossi è nel ruolo di «un critico, un commentatore, spesso poco benevolo», dei fatti raccontati. Il mondo di «Grand’Estate» è  popolato essenzialmente da Sciuscetta e Poppina. 
Chi sono, Moscato?
«Due nuove prostitute del mio bestiario, lavorano nel casino Boccacina - esisteva davvero nei Quartieri Spagnoli - e decidono di lasciare Napoli e cercar fortuna nelle terre lontane dell'impero, l'Africa orientale di Massaua e Adis Abeba. Un bel giorno si imbarcano sul Gange, il transatlantico della pezzentaglia, che non aveva i lussi del Rex, e partono». 
Perché «Grand’Estate»? 
«Perché lo fu. Quegli anni Trenta avevano, come ho detto, una vitalità lontana dalla diffusa depressione che sento nell'aria. Sono anni determinanti per capire l'Italia di oggi. Per giunta, mi ha sempre affascinato quel piccolo mondo italiano che partiva carico di speranza». 
E dunque? 
«Sciuscetta e Poppina arrivano a destinazione, finiscono in un lazzaretto di lebbrosi e in un campo di concentramento. La loro microstoria si svolge dentro la macrostoria di quel periodo. Fino al 1958, data storica in cui entra in vigore la legge Merlin che chiude i casini, gettando sulla strada le disgraziate. Anche noi, in scena, le perdiamo, per passare a due loro estremi epigoni - Tutt 'e ssére e Messinpiega - che continuano l'antico mestiere, ma non più in un bordello, bensì in un locale, il Club 78. Le due ricordano i fasti e nefasti delle antenate, ricostruendo quasi l'albero genealogico della prostituzione. Ovviamente, la storia è anche comica, a tratti esilarante, grottesca - io la definirei una neo-farsa - anche se il finale ha un sapore amaro, malinconico, se non tragico, che si mostra come il funerale di un’epoca ed evoca il dramma odierno dell'emigrazione». 
Perché diceva che quegli anni fanno capire meglio l'Italia di oggi? 
«Nonostante tutto, furono il primo tentativo civile di darle dignità politica. Era un tempo di speranza, di inventiva, estintasi con una democrazia che poi tanto democrazia non è, pervasa com'è da chiusure, meschinità, egoismi; dominata dalla tv, che ha ucciso il teatro e il pubblico». 
La settimana prossima al Bellini, arriverà «Carmen» di Mario Martone, che lei ha riscritto in napoletano ispirandosi a Merimée e Berlioz. 
«In realtà, Martone ha preso solo una parte del mio testo, che è più lungo e articolato. Nella mia versione, che si intitola "Lacarmèn!", Carmen non è una vittima, ma una protagonista attiva della storia. Tanto che non muore, e attraverso varie mutazioni arriva fino ai giorni nostri per raccontare una Napoli decrepita, devastata, e non per colpa di un terremoto, ma dell'incuria». 
Una città, comunque, che esprime ancora vitalità e produce figli invitati anche all'estero. 
«Sì, è vero, andrò in Brasile con la mia compagnia. Al Festival di Belo Horizonte. Porterò "Compleanno" e "Toledo suite", incontrerò gli studenti dell'Università e molti attori. Frutto del lavoro di Anita Mosca, un'attrice che insegna là. Che vuole, è il destino…».

Luciano Giannini  -  Il Mattino


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