ENZO MOSCATO, IL SUO TEATRO E LA SUA CITTÀ
Intervista-incontro che ho fatto con Enzo Moscato. Proprio in questi giorni lo scrittore-attore-regista ha presentato il nuovo spettacolo "Grand'estate"

Come luogo dell'incontro ha scelto un teatro, naturalmente, il Teatro Nuovo, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, dove un tempo hanno recitato Totò e la Magnani e dove dagli anni Settanta è passata la nuova generazione di artisti e produttori teatrali partenopei, da Toni Servillo a Antonio Latella. «Per me è rimasto il Cinema Nuovo della mia infanzia, perché sono nato due vicoli più su, a vico Primo Portapiccola a Montecalvario, dove le strade si chiamano vico Primo, vico Secondo, vico Terzo, senza sprecare troppa fantasia». Enzo Moscato si siede con una pigra grazia in una delle poltrone di prima fila e tiene il cappotto nero addosso, sul corpo minuto e forte, il viso elegante da ex giovane di un certo fascino. «Passavo qui i pomeriggi interi», continua seguendo il filo dei ricordi, «vedevo i film hollywoodiani e quelli del neorealismo, perché il cinema mi è sempre piaciuto e mi piace ancora. L’ho anche fatto, da attore, Morte di un matematico napoletano, Libera di Pappi Corsicato, il Quijote di Mimmo Palladino, fino a Il giovane favoloso di Mario Martone».
Ma senza nulla togliere al suo ingegno vorace, che va dal teatro al cinema e dalla regia alla recitazione, Enzo Moscato è innanzitutto uno scrittore straordinario, l’autore teatrale napoletano più venerato di oggi, il capofila della drammaturgia posteduardiana che annovera anche Annibale Ruccello, Fortunato Calvino, Mimmo Borrelli, e che è stata uno dei fenomeni culturali di questi anni. I suoi testi (più di cinquanta, in buona parte pubblicati da Ubulibri) spesso li interpreta e li dirige e sono tutti intimamente legati a Napoli, la ribalta da cui raccontare l’uomo: dal dolente Scannasurice di trentaquattro anni fa, che quest’anno è andato in scena per la regia di Carlo Cerciello con Imma Villa, a Rasoi che nel ’91 interpretò Toni Servillo, via via fino ai racconti di Occhi gettati. Storie multiformi e «spezzacuore», in una «lingua dell’invenzione» ricca e conturbante, il napoletano «naturale e vegetativo» come lo chiama Moscato, amalgamato a slang e neologismi, con echi di Viviani e Eduardo e umori di Genet e Pasolini, attraversate da personaggi desolanti, pasticciati, ansiogeni, incessantemente parlanti mentre fuggono o seguono il loro dramma: commarelle, prostitute, maniaci, femminielli, guappi, indigenti, nullafacenti, generosi e autodistruttivi, che anelano gesti d’amore ma restano
intrappolati o nella cecità o nei troppi sogni: la Signora e i bambinielli di Pièce noire, il testo che nell’83 vinse il Premio Riccione e rivelò Moscato fino ad allora insegnante di storia e filosofia, la Nanà di
Luparella magnificamente interpretata da Isa Danieli, o Ines e le altre figure di Compleanno.
«Quei personaggi sono la mia Napoli. Tempo fa ho rivisto La sfida, il primo film di Rosi, con quelle ville del Seicento sgangherate, quei personaggi urlanti, quella gente vestita alla sanfasòn ma con una verità dentro... Io li ho visti davvero, ho visto quelle automobili che andavano ai santuari di Montevergine o di Pompei, tutte addobbate di fiori. Mio padre di mestiere faceva l’autista delle donne devote dei Quartieri, donne che tra la primavera e l’estate andavano appunto nei luoghi di culto. Le caricava sulla sua lunga e vecchia Balilla e partivano. Non era un mestiere semplice tenere a bada quelle vivacissime signore, di cui mia madre era pure gelosa. Di tanto in tanto lei prendeva tutti noi sette figli e insieme lo raggiungevamo quando si fermavano al ristorante, sempre lo stesso “Lo Schiavone” di San Giorgio a Cremano. Nel nostro vicolo c’era un solo telefono, quello di mia zia: mio padre la chiamava, lei ci avvisava e allora noi prendevano il tram e ce ne andavamo a mangiare».
La sua infanzia animata Moscato l’ha raccontata in una biografia ricca e colorata, Gli anni piccoli (Guida), dove il ritratto personale confluisce con la Napoli popolare del Dopoguerra che ancora respirava un po’ dello spirito del ’43 «quando i napoletani avevano deciso di darsi la libertà senza aspettare gli americani », a lungo anno cruciale nella memoria dei vicoli che Moscato, nato nel ’48, ascoltava dai racconti. «I Quartieri sono stati e in parte sono il cardine delle famiglie della camorra ma a me, bambino dei vicoli, mi arrivava soltanto il lato bello e avventuroso, le processioni, i giochi, le comari, le madonne parlanti, la libertà e comunque pure la sicurezza. Perché a Palazzo Scampagnato, il palazzone malandato del Settecento in cui abitavamo, con quel suo grande cortile interno, c’era un senso di appartenenza forte e ogni vicino considerava il bambino degli altri parte della sua stessa famiglia… E poi era la Napoli laurina che, piaccia o no, all’inizio aveva dato delle speranze. Gli unici scontri di cui ho memoria nei Quartieri erano quelli in stile Peppone e Don Camillo tra i monarchici e i comunisti. Napoli è sempre stata dalla parte dei re».
Col senno di poi si capisce che vivere e crescere in quella città è stata una marcia in più. «Pensa ai tanti grandi che nonostante le difficoltà sono andati avanti. Io stesso ho potuto studiare e non era affatto una cosa normale in casa mia. I miei avevano la sesta, qualche mio fratello è arrivato fino alla prima media. Per me avevano invece deciso che dovevo andare a scuola. All’inizio mi sentii forzato a non fare più la vita dei vicoli, specie quando qualche anno dopo mio padre ci deportò a Fuorigrotta. Quel trasferimento significò l’ingresso in un ordine borghese, non potevo più scendere in strada, e così mi rassegnai al ruolo di studente. Alla fine mi piacque pure. Cominciai a leggere, a girare per le bancarelle di via Costantinopoli. Mi sono innamorato della Ortese, di Di Giacomo, padri genetici. Quando ho iniziato a scrivere ho sentito che dovevo andare avanti, ecco perché l’invenzione di una lingua che risulta straniante, che è napoletano e che non lo è».
Combattente, non si è mai adagiato «nell’alveo della pappardella napoletana » come dice lui, invece l’ha trasformata: «Di Annibale Ruccello, di me, dissero che eravamo gli eredi di Eduardo, un’etichetta che ho impiegato anni a scardinare. Io le mie radici le vedo in Jean Genet, in Artaud, i maestri con cui mi sono confrontato erano Leo De Berardinis, Carmelo Bene. Eduardo lo considero un grande da un punto di vista scenico, una figura artaudiana, ma da un punto di vista drammaturgico non lo trovo così interessante, mi pare un Pirandello minore, accanto a Strindberg o Ibsen resta una drammaturgia molto naturalistica. Non è un tradimento se dico questo. Tradimento e tradizione hanno la stessa radice. Chi continua deve anche negare. E io credo di aver recuperato il mio debito a Eduardo in un mio testo, Tà- kài- tà, raccontandolo in una dimensione intima e inedita».
Diverso il discorso del “tradimento” di Napoli. Napoli oggi è per Moscato il senso della perdita cantato in Toledo suite, il bellissimo spettacolo recentemente ripreso, o il sentimento dell’«epilogante- teatrino-night club anni Sessanta coi tratti del racconto plebeo-picaresco», che è il nuovissimo Grand’Estate che sta portando in giro e ancora oggi è proprio qui al Teatro Nuovo di Napoli, realizzato con la Casa del Contemporaneo e un bel gruppo di amici e parenti da Cristina Donadio per il disegno delle luci a Massimo Andrei co-interpete. «Dopo la Seconda guerra mondiale i mondi si sono avvicinati e nessuna società è rimasta uguale a se stessa. Il vitalismo attuale di Napoli lo vedo truccato, ed è dura per un napoletano restare dentro la propria appartenenza. Se io ci resto è perché sento di avere in me Eduardo, Viviani, ma anche Vico, Filangeri, Croce, l’elemento ventrale che ti fa cantare e essere vitale e quello razionale che ti fa essere critico, analitico, distaccato, come quando passando per San Biagio dei Librai vedo la casa di Giambattista Vico che è una stamberga e mi dico: è il segno di come le cose in questa città possono essere grandi e terribili insieme».

Fonte:  R.it –Blog - dal Domenicale di Repubblica

 
 
 

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