AL PICCOLO BELLINI: UNA ZITELLA SOSPESA FRA GRIGIORE E DELIRIO

Questa Ida – la Ida che compare nell'allestimento di «Week-end» di Annibale Ruccello in scena nel Piccolo Bellini - da un lato si caccia in bocca con le mani le fette di prosciutto appena comprate e dall'altro ascolta, con maniacale costanza, raffinatissime canzoni francesi. 

E basterebbe una simile invenzione a dimostrare come la regia di Luca De Bei centri direttamente, e sul filo di un'eclatante plasticità, il cuore profondo del testo. 

Infatti, il personaggio di Ida - una zitella zoppa venuta a Roma da un paesino del Sud e che, per arrotondare il magro stipendio di professoressa di lingue, s'industria a dare ripetizioni d'italiano - ha due facce: quella, insignificante, disegnata sul grigio tessuto delle abitudini quotidiane e quella, inquietante, di una virago assatanata che, a metà fra la Cianciulli e la Bette Davis di «Che fine ha fatto Baby Jane?», assassina (forse) i suoi giovani e occasionali amanti, l'idraulico Narciso e lo studente Marco. 

Ida rappresenta, quindi, uno dei più emblematici fra i personaggi di Ruccello, che lui stesso definì «figure deportate»: deportate, è ovvio, dalla loro cultura originaria e autentica, fino ad essere private dell’identità. 

Si tratta, allora, di personaggi prigionieri di una solitudine immedicabile, ai quali vengono offerte le sole vie di fuga del delirio e del rifugiarsi, come in una corazza protettiva, giusto nel recupero sia pur provvisorio della propria appartenenza culturale (vedi la favola della «signora co lo zampone», una favola-incubo ad alta e lucidissima stratificazione linguistica che, non a caso, Ida prende a raccontare quando l’assale il terrore d’essere stata scoperta). Ebbene, Luca De Bei illustra un tale quadro praticando in pari tempo un realismo che (a partire dall'insistere sulle cadenze dialettali) si nega per accumulo e (consideriamo quella Ida che accarezza la borsa degli attrezzi di Narciso come se fosse il corpo di lui) la rarefazione simbolica. E al centro di tutto, poi, si colloca - tanto crudele quanto innocente - la straordinaria Ida di Margherita Di Rauso. 

Sì, sono bravi pure Giulio Forges Davanzati (Narciso) e Gregorio Valenti (Marco). Ma lei, Margherita, è una cosa assolutamente diversa: sospesa fra melodramma e strazio, trasforma le sue parole in carne e sangue. E così le sentiamo nostre, con l'illusione di sempre che - nei minimi interstizi fra l’una e l'altra di quelle, come nei sussulti della coscienza fra l'uno e l'altro giorno - possa per ipotesi accamparsi la vita.

Enrico Fiore   -  Il Mattino


 
 
 

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