AL PICCOLO BELLINI - A ETERNAPOLI DOVE LA VITA È MENZOGNERA
«Nelle piazze principali la gente avrebbe rappresentato la storia della città come se stesse accadendo oggi, e la realtà e il sogno sarebbero diventati un solo grande spettacolo». Credo che si tratti del passo-chiave del romanzo di Giuseppe Montesano «Di questa vita menzognera»: perché costituisce una sintesi estrema della sua trama e, insieme, sottolinea tutti gli eclatanti (e inquietanti) rimandi al presente che quella trama contiene. 
Qui, infatti, si narra del progetto - varato dalla potentissima e ricchissima famiglia malavitosa dei Negromonte - di trasformare Napoli in Eternapoli, ossia in un parco tematico in cui, poniamo, le case sono ricostruite «con i capitelli romani autentici e i mattoni rossi nuovi» e le ragazzine e le madri sono «vestite con le tuniche tenute strette dalle armille». 
E che cosa facciamo noi, forse che – in generale, e per l'appunto a Napoli in particolare - non recitiamo il nostro passato, indossandolo come una maschera consolatoria e assolutoria? Si capisce, allora, che il «museo vivente» pensato dai Negromonte si riduce, piuttosto, a una natura morta. 
Ed è una natura morta dipinta, congiuntamente, da Rabelais e da Hieronymus Bosch: poiché nel libro di Montesano, importante oltre che assai bello, circola dall'inizio alla fine una comicità straripante che, però, si tinge immancabilmente di un colore livido. 
Ebbene, direi che rispetto a tutto questo Enrico Ianniello – regista e protagonista di «Eternapoli», l'adattamento di «Di questa vita menzognera» che Teatri Uniti presenta ancora oggi nel Piccolo Bellini - compie un'operazione addirittura esemplare. 
Senza commettere l'errore che di solito commettono coloro i quali traducono un romanzo in drammaturgia, quello di «sceneggiare» (così introducendo il realismo nel teatro che, per sua natura, è sempre e unicamente il luogo del simbolo), interpreta da solo gli undici personaggi principali del libro. 
In pratica, diventa lui stesso Montesano. E dunque quei personaggi diventano a loro volta monadi che si riducono alla sostanza di pure idee. Superfluo, infine, dire della sapienza che, in quanto attore, Ianniello dispiega caratterizzando i singoli personaggi con semplici variazioni della voce. 
Una recitazione che tende sistematicamente a «sottrarre»e, perciò, esalta per contrasto il tendenzioso barocco messo in campo dalla scrittura dell'autore.

Enrico Fiore  -  Il Mattino

 
 
 

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