AL DIANA «VIVIANI RACCONTÒ QUELLI COME ME FIGLI DI UNA NAPOLI OGGI SCOMPARSA» CON «TEATRO DEL PORTO» RANIERI CONTINUA IL LAVORO SUL DRAMMATURGO.
Perché ancora Viviani? «Lo amo e mi riconosco in lui. Sono nato in un vicolo, al Pallonetto, sono un suo personaggio. Lui ha scritto pensando anche a me a alla mia famiglia; a quelli come me che sono figli di una Napoli ormai cancellata. Lo amo perché è unico: drammaturgo, regista, attore, produttore, cantante, ballerino, un esempio per chi vuole fare il nostro mestiere. Come diceva Patroni Griffi, che nel ’75 ebbe il merito di farmelo conoscere (perché io, allora, ero immerso nel mito di Eduardo): «Viviani è il nostro Brecht, ma uno scriveva soltanto, l'altro faceva anche tutto il resto». 
In Italia non c'è più uno come lui». Detto fatto: dopo «Viviani Varietà», visto nella scorsa stagione, Massimo Ranieri mette ancora in pratica la sua professione d'amore con «Teatro del porto», che ha la stessa compagnia e la stessa regia, quella di un maestro come Maurizio Scaparro. 
Lo spettacolo arriva da stasera al Diana per restarvi fino all’8 gennaio. In scena, con l’eterno scugnizzo, ci sono Ernesto Lama, Angela De Matteo, Gaia Bassi, Roberto Bani, Mario Zinno, Ivano Schiavi, AntonioSperanza,F rancesca Ciardiello. 
Le elaborazioni e le ricerche musicali sono di Pasquale Scialò. In scena c’è anche una piccola orchestra con pianoforte, contrabbasso, fiati, violino e batteria. 
In «Viviani Varietà» lo spunto narrativo era la tournée sudamericana di Don Raffaele e della sua compagnia: sul piroscafo Duilio che li porta a Buenos Aires, provano lo spettacolo destinato agli emigranti. «Qui - racconta Scaparro - facciamo un breve salto indietro nel tempo e immaginiamo che prima di partire Viviani faccia un ultimo spettacolo sul palcoscenico dell’Umberto, il teatro che aveva tra via Marina e piazza della Borsa». «Le autorità fasciste – aggiunge Ranieri - lo avevano fatto penare un anno prima di concedergli il visto necessario a espatriare. 
Finalmente il documento è arrivato e Viviani, nella nostra finzione scenica, saluta il pubblico offrendo un' antologia delle sue canzoni e del suo teatro, ma anche di alcuni brani della sua autobiografia Dalla   vita alle scene». 
«Il nostro intento – insiste il regista - è quello di rendere omaggio all'intero suo mondo espressivo, esaltando la forza di un’arte scenica personalissima, soprattutto per l'epoca, fatta dall'unione di parole e di musica, che stavolta ha una rilevanza ancora maggiore rispetto all'allestimento precedente». 
In scaletta ci sono titoli noti e meno noti: si va da «Don Checchino», «che è quasi un'opera buffa», precisa Ranieri, a «Canzone ‘e sott’’o carcere», «'O guappo 'nnammurato», «L'emigrante», «E aspettammo», «So'bammenella 'e copp' 'e Quartiere», «Voce sceta a Maria», «'O mare 'e Margellina», e «Ester Legery» di «Eden Teatro». Ancora: «Oje, ninno» mai inciso, e «Cuncettì» scritta con Eduardo Lanzetta e poi registrata da Murolo. «Ci sono anche "Arisa", che Viviani inserì nella "Musica dei ciechi" in omaggio all'autore Cantalamessa, e un tango argentino, credo mai eseguito», aggiunge Ranieri. «L’autore si chiamava Rafael Buonavoglia - spiega Pasquale Scialò - ed era un cantante compositore abbastanza conosciuto, perché lavorava con la Victor americana. La canzone si intitola "Pifiaste", lo spartito originale è del’29 e sulla copertina ha il volto di Viviani con una dedica: “A mi mejor amigo, el gran actor del arte napolitano   Rafaele Viviani”. Poi la firma. Noi ne proponiamo, in apertura, una versione strumentale per violino e fisarmonica». «Lo spettacolo - commenta Scaparro - confermala vitalità del teatro musicale napoletano e arriva in un periodo in cui la nostra scena ha un gran bisogno di energia. 
Annullato il debutto alla Pergola di Firenze per l'incidente a una caviglia che ha fermato Massimo per un po' di tempo, Napoli è la prima grande città che ci ospita e, soprattutto, è la patria di Viviani: un autore italiano a tutti gli effetti, molto amato anche al Nord. E tale noi lo consideriamo. 
Non a caso Pratolini, che lo stimava molto, diceva: la sua verità scenica nasce dalla strada, quella  di Eduardo dalle finestre di casa».

Luciano Giannini  -  Il Mattino

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