AL BELLINI: TONI SERVILLO: «NELLA LINGUA NAPOLETANA LA FORZA TELLURICA DELL'ARTE»
Non sarà un reading, non sarà un omaggio: Toni Servillo rifugge dalle formule della cultura usa e getta che sconfinano pericolosamente nel folklore, e preferisce sgombrare subito il campo. Partire da ciò che «La parola canta», lo spettacolo prodotto da Teatri Uniti in scena al Bellini di Napoli da martedì e ora al Gesualdo di Avellino, non è e non vuole essere. «Rifiuto il manierismo», dice, e tutta la sua luminosa carriera, del resto, lo testimonia. «La parola canta», dunque, è una festa di musica, poesia e canzoni, un esercizio di carne e sangue «sulla centralità di una lingua, quella napoletana, drammaticamente viva». 
In scena, dove ritrova suo fratello Peppe dopo il successo de «Le voci di dentro», e l'accompagnamento del Solis String Quartet, Servillo attraversa e fa propri testi classici di Eduardo, Viviani, Libero Bovio ed E.A. Mario, si tuffa nella vertigine lessicale di Mimmo Borrelli, nella cavernosa ricchezza poetica di Enzo Moscato e di Michele Sovente, celebra Napoli nella sua complessità letteraria, nella sua melodiosa musicalità risalendo via via la penisola in tournée per arrivare al Teatro Lliure di Barcellona a febbraio, con tre recite già sold out.

Un modo per celebrare l'universalità di una cultura, Servillo.
«Cerco di portare in giro per il mondo la ricchezza che Napoli mi ha donato. E là dove la parola sembra esaurire il suo significato evidente chiedo aiuto all'allusività della musica. Così come la musica si appoggia alla parola là dove non riesce ad essere sufficientemente ficcante, in un moltiplicarsi continuo di valori e di contenuti».

Il napoletano si conferma qui lingua teatrale per eccellenza.
«Il napoletano ha dentro di sé una forza tellurica che vince il tempo e le convenzioni ed è proprio questo che ci mette insieme, me e Peppe, spogliandoci della crisalide eduardiana dei fratelli Saporito che abbiamo interpretato lungamente in teatro: poter lavorare su una lingua "scandalosa e pudica", come la definisce Sovente, "accussì scurnosa e accussì nuda". Il napoletano è lingua teatrale e musicale per antonomasia perché è capace di fare appello all'inconscio collettivo».

Di dare voce, cioè, a sentimenti, attese, paure celati nel profondo?
«Sì, questa lingua sperduta, stordita, sa raccontare come nessun'altra i frammenti di vita nascosti nel buio delle nostre anime. Il nostro tragico stare al mondo. E quindi non ha senso parlare di "recupero" culturale: nel teatro non c’'è discontinuità, il tempo dell’arte è unico e vitale».

Appartiene a un genere teatrale, la vostra ricerca?
«"La parola canta" è uno spettacolo di icastica semplicità. Siamo noi due, e i Solis, a condividere con il pubblico la meravigliosa potenza della lingua napoletana. Il suo meccanismo esplosivo che mette insieme alto e basso, il massimo della sofisticazione con il massimo della sincerità nel tentativo di porre in atto la vita».

Il filo rosso che lega gli autori, qual è?
«Abbiamo a disposizione un giardino rigoglioso di creatività, non ci resta che scegliere senza battere la grancassa dell'autocelebrazione, senza abbandonarsi a giochi intellettualistici. Sono affascinato dalla capacità, che ci è propria, di affrontare gli accadimenti con i toni del dramma e dell’ironia. Gli autori che portiamo in scena raccontano la relazione di ciascuno con il destino, chiedono conto, fanno domande, e Dio sa quanto ce n'è bisogno in un mondo pieno di menzogne. La forza tellurica delle loro opere mi colpisce nel profondo».

Dopo questo viaggio di musica, poesia e canzoni cambierà completamente registro e porterà al Piccolo «Elvira o la passione teatrale», ispirato alle lezioni dell’attore francese Louis Jouvet.
«Ritorno su un territorio familiare, Molière, con un lavoro che si occupa in maniera specifica della fenomenologia della creazione artistica. Un tema su cui Jouvet si interroga in maniera ossessiva».

Condivide questa ossessione?
«È anche la mia, ma molti gradini al di sotto del genio di Jouvet».

E presto la rivedremo al cinema.
«Ho girato film che sono ancora al montaggio: "Le confessioni" di Andò, con Auteuil e Wilson, e "Lasciati andare" di Amato, una commedia diversa dalle solite. Ma per ora non ne so, e non dico, di più».

Lei inaugura il 2016 al Bellini, poi sarà al Nuovo, quindi al San Carlo come voce recitante di «Oedipus Rex», non allo Stabile di Napoli.
«Ma l'anno scorso sono stato al San Ferdinando con "Le voci di dentro"... Napoli ha mille palcoscenici, è una città mondo che esprime pubblici diversi, poterli raggiungere tutti è un'opportunità bella».

Metterà in scena un nuovo testo di Eduardo?
«Non lo so, sono felice dell'esperienza fatta con "Le voci di dentro", ora è tempo di una riflessione».

Titta Fiore  -  Il Mattino

 
 
 

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