AL BELLINI QUEL «PAZZO» CHE SI RITROVA COME COMPLICE LO PSICHIATRA
Lo spettacolo - l'allestimento dell'«Enrico IV» pirandelliano in scena al Bellini per la regia di Franco Branciaroli - finisce con il dottor Genoni che va a mettere la corona imperiale sulla testa del personaggio protagonista assiso in groppa a un cavalluccio da giostra: in breve, è proprio lo psichiatra chiamato dal nipote a guarire dalla presunta pazzia Enrico IV colui che capisce tutto, sino, addirittura, a farsi complice dell'irridente «malato». 
E aggiungo, senz'alcun dubbio, che raramente avevo visto, nelle messinscene di quel capolavoro, invenzioni di tale pregnanza. Infatti, il vero tema di «Enrico IV» non è la follia, giacché la follia, quella reale, s'è consumata tutta nei vent'anni anteriori: qui siamo, insieme, alla meta follia (alla rappresentazione della folliae/o alla follia come rappresentazione) e all'«epoché», alla sospensione della vita. 
Poiché l'argomento decisivo del testo in questione-ricorrente nell'intera opera del drammaturgo di Girgenti, ma nella circostanza esibito con il rigore di un teorema – è il tentativo disperato di fissare la vita, ch'è un susseguirsi di momenti di disgregazione (per giunta slegati l'uno dall'altro), in una forma unica, data per sempre e per sempre riconoscibile. 
Basta a dimostrarlo la battuta che Enrico IV rivolge proprio a Genoni, fingendo di scambiarlo per l'abate Ugo di Cluny: «Monsignore, però, mentre voi vi tenete fermo, aggrappato con tutte e due le mani alla vostra tonaca santa, di qua, dalle maniche vi scivola, vi scivola, vi sguiscia come un serpe qualche cosa, di cui non v'accorgete. Monsignore, la vita! E sono sorprese quando ve la vedete d'improvviso consistere davanti, così sfuggita da voi...».  
Ecco il punto: per il personaggio chiamatosi Enrico IV la forma di cui sopra è, appunto, l'immutabile ruolo dell'imperatore medievale; e la sua personale «sorpresa» la vita gliela infliggerà quando lo spingerà ad uccidere - veramente, non più come Enrico IV – il barone Belcredi. 
Allora non gli resterà che tornare a chiudersi (o,meglio,a murarsi, proprio come in un avello) nella forma prescelta. E di qui la non meno decisiva e inequivocabile battuta finale rivolta ai finti Consiglieri Segreti: «Ora sì... per forza... qua insieme, qua insieme...e per sempre!». 
A me, invece, non resta che sottolineare quanto Branciaroli (Enrico IV, ovviamente) sia bravo anche come attore. E accanto a lui citerei Antonio Zanoletti, un Genoni che a un certo punto – altra invenzione capitale-vediamo intento a...imbastire costumi!

Enrico Fiore  -  Il Mattino

 
 
 

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