AL BELLINI: QUEL GIOCO AL MASSACRO CHE DIVENTA ESIBIZIONISMO
A seconda di come la si considera, «Chi ha paura di Virginia Woolf?» - la più nota commedia di Albee, adesso al Bellini in un allestimento firmato da Arturo Cirillo - può risultare irrimediabilmente datata o straordinariamente attuale: se la si considera come un affondo contro il famigerato «sogno americano», è ormai superata; se la si considera sotto specie di analisi del linguaggio, scopre abissi con cui tuttora dobbiamo fare i conti. 
Infatti, il gioco al massacro che impegna i quattro personaggi in campo - l'alcoolizzata Martha, figlia del preside di un piccolo «college» del New England, suo marito George, uno spento professore di storia in quella stessa università, e i loro due ospiti (o «doppi» o «proiezioni»), Nick, un professore di biologia ingenuo e maldestro arrivista, e sua moglie Honey, un'ochetta cagionevole di salute ma carica di quattrini - sviluppa una violenza terribile non tanto per gli insulti sanguinosi e le autentiche rasoiate di ferocia che Martha e George s'infliggono a vicenda, quanto e soprattutto perché - pur parlandosi continuamente e disperatamente, dall'inizio alla fine - essi non si dicono nulla. 
In breve, il vero gioco innescato da Albee consiste in uno sfrenato e caotico esibizionismo intellettuale, perseguito dai personaggi sino al limite della pura follia e, ad un tempo, con la coscienza lucidissima che si tratta del solo mezzo utile per medicare in qualche modo l’amarezza delle disillusioni. 
Ebbene, Arturo Cirillo illustra e sottolinea tutto questo con invenzioni tra le più intelligenti che mi sia capitato di riscontrare a teatro negli ultimi tempi. 
A cominciare dalla pedana, un palcoscenico sul palcoscenico, su cui si svolge l’azione: al loro ingresso, i personaggi si strappano di dosso i soprabiti e li gettano in terra a casaccio, come, appunto, divorati dalla smania di salire al più presto su quella pedana per esibirsi; e quando ne discendono, o restano in vista, a significare che non aspettano che il momento di risalirvi, o - addirittura - crollano sulle tavole come morti. Superfluo, infine, sprecare parole sulla bravura e la precisione degl'interpreti: lo stesso Cirillo (George), Milvia Marigliano (Martha), Edoardo Ribatto (Nick) e Valentina Picello (Honey). 
Piuttosto, penso a quella citazione di «Awhiter shade of pale» dei Procol Harum che a un certo punto si leva come una fraterna carezza su tanto dolore di vivere: «Lei disse che non c'era un perché / e la verità è facile da vedere».

Enrico Fiore  -  Il Mattino

 
 
 

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