AL BELLINI: LA CROUPIER E IL LADRO NEL CASINÒ DELLA VITA
Lui: «Dici che racconti solo bugie ma a me pare che ti piace sbattere in faccia la verità». E lei: «Sono stata una croupier tutta la vita. Sto solo osservando come lei e la sua Carlina vi state giocando la vita». Ecco, credo che la chiave per comprendere appieno - voglio dire ben oltre la trama - «Il mondo non mi deve nulla», l'atto unico di Massimo Carlotto in scena al Bellini, stia in questo scambio di battute fra i personaggi protagonisti, Adelmo e Lise. 
In breve, niente è ciò che sembra (o si dichiara) essere fra quei due, una tedesca truffata dalla sua banca e un disoccupato riminese improvvisatosi ladro e al quale lei, non potendo più vivere ai livelli a cui era abituata, propone di ucciderla in cambio degli ultimi 120.000 euro che le sono rimasti. 
Risulta evidente, allora: il tavolo verde è l'esistenza, la croupier è la vita che assiste impassibile ai nostri disperati e fallimentari tentativi di batterla, le fiches sono gli anni che ci sono stati assegnati e che barattiamo con le illusioni, le navi da crociera su cui Lise ha lavorato sono le bare che via via hanno accolto le nostre finte felicità, il mare che sempre si muove, mai uguale a se stesso, è l'impossibilità di ancorarsi a una certezza purchessia. 
Fioccano, insomma, le metafore, e con esse gli aforismi più o meno paradossali (tipo «Per osare schiaffeggiare una donna è necessaria un'autorevolezza che inviti immediatamente al perdono» o «La menzogna è l'unico strumento di sopravvivenza che ha a disposizione l'essere umano»). 
E si vede, però, che il testo è tratto da un romanzo: come già in «Oscura immensità», Carlotto non sa evitare l'ingombro dei monologhi (o dei monologhi travestiti da dialoghi), che rimbalzano dall'uno all'altro dei personaggi con la stessa ridondanza dei disegni animati che la regia di Francesco Zecca proietta sul velatino che chiude il boccascena. 
Dobbiamo accontentarci degl'interpreti. E anche su questo versante i risultati sono discontinui: mentre Pamela Villoresi immette un'impagabile ironia nel drappeggiarsi addosso le parole, e di continuo entra ed esce dal personaggio di Lise, alla quale infligge l'instabilità propria di una diva all'ultima recita sul viale del tramonto, Claudio Casadio, pur bravo, inscrive Adelmo (vedi l'insistita e plateale cadenza romagnola che gli attribuisce) nell'assai più scontata dimensione del bozzetto realistico.
 
Enrico Fiore  -  Il Mattino

 
 
 

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