AL BELLINI: «NELLA MIA CARMEN VIVE L'ANARCHIA DI NAPOLI» - IAIA FORTE DA MARTONE A SORRENTINO: «CANTERÒ ANCORA, COME TONI PAGODA»
Per Iaia Forte, protagonista della sceneggiata colta di Mario Martone, fino a domenica al Bellini, «Carmen è Napoli». Come, d'altronde, lo è per Enzo Moscato, che nella sua magnifica lingua barocca ha riscritto il copione traendo spunto da Meriméè e Bizet, ma ambientandola storia all’ombra del Vesuvio. Iaia: «Carmen mi piace per la sua anarchia e la capacità di ribellarsi alle convenzioni. Enzo, poi, non la fa morire. Josè, che qui da noi diventa Cosè, la acceca. La ferita non spegne, però, la sua vitalità viscerale. E offre un altro paragone con la città. Anche Napoli, nonostante le ferite e le menomazioni, non perde l’energia necessaria a rigenerarsi e a conservare l’identità. E mi piace anche la definizione che Moscato fa di Carmen». 
Qual è, Iaia? 
«Dice che è un misto di volgarità e rime. Ancora come Napoli, che riunisce alto e basso, cultura popolare e raffinatissima. Non è un caso se oggi è la città più vitale d’Italia in musica, letteratura, teatro, cinema... e penso a Martone, Servillo, Moscato, la Ferrante, Erri De Luca, Sorrentino, Pino Daniele. Questa terra riesce a non omologarsi a un modello culturale. Sfugge al conformismo. Come Carmen». 
Com'è giunta al personaggio? 
«Con Martone e l'Orchestra di Piazza Vittorio diretta da Mario Tronco, in un primo tempo avremmo dovuto mettere in scena "L’opera da tre soldi" di Brecht, ma Tronco avrebbe dovuto emetter le mani nella partitura di Kurt Weil per arrangiarla, e gli eredi non hanno voluto. Così, ecco "Carmen" che, però, Martone ha completamente trasformato». 
Quali suggerimenti le ha dato?
«Mario è un regista capace di costruire con testi così intensi e armonici che permettono all'attore di costruire il ruolo con naturalezza. Bellissima anche la sua idea di far partecipare all'azione scenica i musicisti dell'Orchestra multietnica; sono tunisini, romeni, senegalesi, cubani, e non sa quanti si sono innamorati di Napoli e mi dicono che vogliono prendere casa qui. La mescolanza delle razze in palcoscenico è un'altra metafora del cosmopolitismo di questa città. Tronco , invece, mi ha aiutato a trovare uno stile di canto che non fosse lirico, ma tenesse conto della recitazione». 
E lei? Che cosa ha dato al personaggio? 
«Ho messo me stessa, la possibilità di muovermi senza convenzioni e incarnare figure femminili che facciano della propria anarchia un manifesto. Carmen si getta nella vita nonostante le ferite, l'età, i dolori, le difficoltà emotive; considera sempre piena di possibilità l'esistenza che ci è stata data». 
Domanda d’obbligo: le polemiche su Al Pacino al Teatro Festival con un compenso di 700mila euro. 
«È una cifra esagerata. La politica degli eventi non mi ha mai convinto. Preferisco quella che anche in tono minore lasci il segno nel tessuto sociale e cultuale della città. Uno degli attori di "Carmen", Francesco Di Leva, gestisce il Nest a San Giovanni. In un ambiente degradato toglie i ragazzi dalla strada e fa loro conoscere il teatro. Ma non ha un centesimo di contributo pubblico. Con una piccola parte di quei 700 mila euro credo potrebbe far miracoli». 
Dopo questa «Carmen», la rivedremo presto a Napoli? 
«Nella prossima stagione, sempre al Bellini, che i fratelli Russo gestiscono benissimo, tornerò con "Hanno tutti ragione 2", le nuove avventure di Toni Pagoda, cantante melodico napoletano ispirato al personaggio di Toni Servillo in "L‘uomo in più" di Sorrentino». 
Le piace fare il maschio. 
«Un maschiaccio tremendo ma simpaticissimo! Mi diverte. Mette in evidenza la mia anima maschile e la possibilità del teatro di non limitare l'immaginazione».
Un sogno ancora da realizzare? 
«Nella vita, tre mesi al mare a leggere. In scena... ho interpretato maschi, regine, suore, prostitute. Non mi resta che fare l’animale. Quale? Non ho preferenze». 

Luciano Giannini   -  Il Mattino

 
 
 

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