AL BELLINI: GLASPER: «JAZZ O FUNKY? IL SUONO NON HA CONFINI»
Con il progetto Experiment, con cui arriva questa sera al Bellini, e i due volumi di «Black radio» per la Blue Note, il pianista e produttore Robert Glasper ha contribuito in maniera importante a ridefinire il concetto di «jazz» aprendolo al funky, al rap, riportandolo alle sue radici di musica nera e corporea. 
Le definizioni sono gabbie per la musica, ma aiutano gli ascoltatori a sapere che cosa aspettarsi. Come si autodefinirebbe? 
«Un musicista. E, poi, dirmi jazzista o pianista r'n'b cambierebbe la mia musica?». 
Che cosa suonerete stasera? 
«Come sempre, qualcosa dai due album "Black radio" con un po' di materiali nuovi». 
Se c’è stato un musicista che ha abbattuto le barriere tra le categorie della black music quello di sicuro è stato Prince. 
«Ho amato e amo la sua musica, non so se troveremo la maniera giusta per ricordarlo sul palco di Napoli». 
Tra i suoi impegni più recenti c'è stata la colonna sonora di «Miles ahead» il film diretto e interpretato da Don Cheadle. 
«Miles era uno stato della mente. Era in confidenza con qualsiasi nota possibile, con qualsiasi suono».
Al suo attivo ci sono diverse collaborazioni con popstar comeMacy Gray, Norah Jones, Snoop Dogg, Emeli Sandé, Faith Evans, Lalah Hataway, Erykah Badu, Jill Scott? Ricorda un incontro particoare con qualcuno di loro? 
«Quanto ho incontrato Snoop per chiedergli di partecipare al mio album lui era in studio di registrazione studiando la linea di canto di "I can’t help it" di Michael Jackson». 
Tra i dischi a cui ha collaborato c'è «To pimp a butterfly» di Kendrick Lamar. 
«Sono stato coinvolto nel progetto da Terrace Martin, che era mio amico sin dai tempi della scuola e che stava lavorando al disco. Stavo registrando un album in trio, "Covered", e mi ritrovai in poche ore a passare da quello a una jam session con John Mayer al disco di Kendrick. Ed era buffo, perché nel mio progetto certo non facevo jazz-jazz, mentre era quello che mi veniva chiesto per un album di un rapper. In tutte le cose c'è un lato ironico, soprattutto quando si vuole chiudere la musica nelle definizioni». 
Tutto è iniziato con «For free»? 
«Sì. Terrace mi ha detto che voleva un suono "straight", roba da tardi anni Ottanta, tra Kenny Kirkland e Branford Marsalis. Sapevo benissimo di che cosa stava parlando, era il suono con cui sono cresciuto. Mi è stato raccomandato di suonare senza pensare che la seduta era per un disco hip hop, ma come se stessi al Village Vanguard. Poi, però, Kendrick ha avuto lo spunto per un pattern e io ho aggiunto la mia idea. Non volevo esagerare, volevo sentimi come un pianista al servizio di un sassofonista: è così che avvertivo Lamar, non come un cantante o un mc. Ha funzionato, così sono stato coinvolto in altri pezzi. E mi sono divertito». 
Progetti nuovi all'orizzonte?
«Diversi, e qualcosa la sentirete presto».

 f.ve  -  Il Mattino


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