AL BELLINI «COSÌ SI SGRETOLA LA FAMIGLIA» ARTURO CIRILLO PORTA IN SCENA IL CLASSICO «CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?»
Dimenticate il film con Burton e Liz Taylor diretto da Mike Nichols. «Chi ha paura di VirginiaWoolf?» di Edward Albee, firmato da Arturo Cirillo, al Bellini da stasera, sarà del tutto diverso. Lo assicura lo stesso attore-regista. 
Con lui, in scena, Milvia Marigliano, Edoardo Ribatto e Valentina Picello. I primi due hanno già interpretato un’altra pièce made in Usa proposta da Cirillo nelle scorse stagioni, «Zoo di vetro», di Tennessee Williams. Anche la  produzione è la stessa: Tieffe Teatro Menotti di Milano. 
Quanta America, Cirillo! 
«Una drammaturgia che non pensavo di frequentare». 
E perché? 
«Non sono di cultura anglosassone, non ho mai visitato gli Stati Uniti, mi piace lavorare su testi originali, o napoletani, italiani, tutt'al più francofoni; non sono vissuto nel mito americano. E, infatti, leggo quei commediografi come autori universali, che scandagliano con sapienza l’anima umana. Insomma, mi avvicino agli americani allontanandomi dall'America». 
In che modo? 
«Metto a fuoco gli aspetti che più mi interessano, quelli umani, come sempre nel mio teatro. In "Virginia Woolf" lo "scandaglio" riguarda la famiglia. La commedia è un dramma sull'amore, sulla difficoltà di comunicare e l'angoscia del vivere, che si manifesta durante una serata tra due coppie di amici. George, professore universitario e la moglie Martha ricevono a casa gli sposini Nicke Honey; complici l’alcool e le insoddisfazioni represse, la serata si trasforma in un gioco al massacro. Si sa, l'amore, quando c'è, si può declinare attraverso il  sadismo e il masochismo. La coppia di sposini scoppia perché il loro è un matrimonio di convenienza…lei ha abortito per non avere figli da un uomo che non ama. George e Martha i figli li inventano addirittura per sopravvivere». 
In che senso? 
«Il figlio immaginario diventa un modo per evitare di scannarsi. Una valvola di sfogo che aiuta a tenere in piedi un rapporto malato. Ma in quella lunga notte dominata dall’alcool, George farà morire il figlio immaginario in un altrettanto immaginario incidente d'auto: una notte particolare, da cui sarà difficile tornare indietro». 
La regia, infine. Lei ha detto di non avere come riferimento il film con Burton e Liz. 
«Che erano marito e moglie, alcolizzati e senza figli come George e Martha. Vede, "Virginia Woolf" è un teatro prolisso, cavallo di battaglia per mattatori d’ogni generazione. Io non ho visto nessuna edizione precedente: l’hanno fatta Enrico Maria Salerno con Sarah Ferrati e Orsini, la Proclemer con Ferzetti, Lavia e la Melato, ma, insomma, il testo si presta a interpretazioni istrioniche. Io, invece, ho scelto toni più bassi. Ho cercato di lavorare più sull'emozione. La lettura di questo Albee va più verso Pinter; prevalgono dinamiche più sottili e meno plateali. Esaltando l’istrionismo, il testo risulterebbe irrimediabilmente datato. Ho tolto dall'allestimento anche altri riferimenti naturalistici. L'azione si svolge su una stilizzata pedana-salotto, che col procedere della notte si scompone per rimarcare la decomposizione della famiglia. E moderne sono anche le musiche: ho usato la bellissima colonna sonora di "Birdman" di Inarritu, poi Tina Turner, un simbolo della mia giovinezza; poi Wim Mertens, un compositore contemporaneo». 
Crisi della famiglia, la notte... viene alla mente «Ha da passà’‘a nuttata» di «Napoli milionaria!». 
«Sì, ma Eduardo mette in scena un mondo borghese che cerca di salvare comunque il decoro. Gli americani no. Sono più spudorati. I panni sporchi li sbattono davanti al pubblico. E pesantemente. Una differenza di stile... Eduardo è allusivo, Albee fin troppo manifesto».

Luciano Giannini  -  Il Mattino

 
 
 

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