Sorprende ritrovare nelle antologie di autori estremamente prolifici quali Gaspare e Oscar Di Majo anche opere dai toni drammatici, che si discostano totalmente dal registro comico. Oscarino Di Majo, discendente da una delle più importanti famiglie napoletane di attori e commediografi, attraverso un’ammirevole attività di ricerca, giunge, quasi per caso, a recuperare due atti unici di due suoi antenati, autori di chiara matrice popolare ma di indubbia capacità drammatica. Questi due rapidi poemetti, proprio in virtù della propria semplicità, permettono di proporre una rilettura, allontanandoli da quella chiara matrice verista con evidente adesione alla poetica verghiana, in una dimensione dove il teatro di invenzione, nella sua forma totale, viene proposto e filtrato attraverso una realtà visionaria, concentrandosi il lavoro sulle possibilità che drammaturgicamente il testo offre, esasperandone i contenuti letterari attraverso il modo e le forme che il teatro potenzialmente attiva. Il progetto giunge, dopo un’ovvia analisi preventiva ad asciugarsi nei suoi contenuti originari poetici (forma) e strutturali (contesto temporale), a una sintesi, a volte ferocemente spiazzante, che ne decontestualizza, ponendone continuamente in discussione, i temi e gli argomenti trattati. I testi, mai come in questo caso, ruotano in una sinergia binaria sul tema dell’amore, e proporli, così come nei titoli di testa, in un'unica continuità d’azione, potrebbe creare dubbiosi interrogativi per chi osserva, ma la coraggiosa proposta è proprio nella scelta critica di fondere nel gioco speculare dei contenuti i due drammi.