AL BELLINI CON SERVILLO A LEZIONE DI TEATRO ANZI DI VITA
Su un palcoscenico vuoto, un maestro e la sua allieva provano una scena del «Don Giovanni» di Molière.
La provano e la riprovano per mesi, perché lui, il maestro, è insoddisfatto: chiede alla giovane attrice una dedizione assoluta al personaggio, una ricerca rigorosa della sincerità emotiva, del «sentimento» che sorregga, giustifichi e riveli il suo monologo, facendolo emergere in tutta la sua urgenza. 
Il maestro si chiama Louis Jouvet, uno dei più grandi attori francesi del Novecento, allievo e collaboratore di Jacques Copeau in quel mitico Vieux-Colombier che ha contribuito nel secolo scorso a una riforma radicale del teatro.
Le sue lezioni di teatro, tenute al Conservatorio d'Arte drammatica di Parigi, dal novembre 1939 al dicembre 1940, furono stenografate e pubblicate nel libro «Molière et la comédie classique», uno scrigno da cui Brigitte Jacques ha tratto lo spettacolo «Elvire Jouvet 40», basato su sette di quelle lezioni -  poco prima e durante l'occupazione dai nazisti – durante le quali Jouvet insegna a una sua allieva del terzo anno un'unica scena dell'opera di Molière (si tratta dell’addio di Elvira, atto IV, scena6). 
Nell'allestimento di Toni Servillo – al Bellini fino al 12 febbraio, nell'ottima traduzione di Giuseppe Montesano - lo spettacolo sembra incarnare alla perfezione lo spirito ascetico, la concezione mistica che Jouvet aveva del teatro e dell'arte della recitazione: qui il trétea nu di copeuiana memoria è occupato metaforicamente solo dalla figura dell'attore, cuore pulsante della poetica di Jouvet, e spiegando ai suoi allievi come vuole che si reciti, Servillo – Jouvet  avverte: «Vi dico una cosa essenziale: ogni volta che avete la sensazione che una cosa vi viene facile, ottenuta senza sforzo, questo non è bene. L' esecuzione comporta sempre qualcosa di difficile, di doloroso... Altrimenti manca qualcosa...». 
Più che una lezione di teatro, una lezione di vita: la ricerca etica della verità, per far sì che ciò che si è coincida con ciò che si fa. Un lavoro che richiede fatica e «dono di sé».   
Servillo è straordinario nel rendere l'intera gamma emotiva del personaggio, la complessa dialettica – erotica e maieutica - tra maestro e allievo, la furiosa tensione pedagogica, e un vissuto che prorompe nel sottotesto di alcune pause prolungate, di alcuni scarti espressivi, che l’attore padroneggia ormai con la maestria dei grandi interpreti.
Bravissima anche Petra Valentini ,una Claudia fragile, devota ma allo stesso tempo forte e determinatissima a raggiungere l'obiettivo prefissato. 
Accoglienza entusiastica del pubblico, con applausi convinti e prolungati ,alla fine di uno spettacolo che riesce a catturare cuore e testa in rigoroso equilibrio.  

Fabrizio Coscia  -  Il Mattino

 
 
 

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