THE MINISTER'S BLACK VEIL
20, 21 e 22 dicembre

Testo Claudia Castellucci. Musiche Scott Gibbons.Collaborazione artistica Silvia Costa.Traduzione Brent Waterhouse. Tecnico del suono Nicola Ratti.Addetto alla produzione Benedetta Briglia .Organizzazione e distribuzione Gilda Biasini, Giulia Colla.Amministrazione Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci e Massimiliano Coli.Produzione deSingel art campus / Antwerpen, Societas / Cesena.In collaborazione con Aldo Miguel Grompone
20, 21 e 22 dicembre Museo Diocesano – Donnaregina Vecchia di Napoli
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The Minister’s black veil è il titolo di un racconto scritto dall'autore americano Nathaniel Hawthorne nel 1837. A questa parabola si ispira Romeo Castellucci nella creazione dell'omonimo lavoro che vede protagonista l’attore Willem Dafoe.«Nathaniel Hawthorne – che si ispira a un fatto realmente accaduto – scrive questa cosa. Una domenica, come le altre, il pastore di una comunità puritana di un piccolo villaggio del New England si presenta alla sua chiesa con il volto velato da un fazzoletto nero. Viene per tenere, come d’abitudine, la sua funzione religiosa e pronunciare, come d’abitudine, il suo sermone. Il pastore però, nel corso della celebrazione liturgica, non accenna a spiegare il perché della scelta di velare il volto; scelta che getta nell'angoscia più profonda i parrocchiani. Da quel momento, e nei giorni successivi, nel villaggio tutto sembra collassare. Nonostante tutto il Pastore decide di non togliere mai il velo dal suo volto, nemmeno quando è da solo, in casa, mentre dorme, scrive, mangia. Mai, nemmeno sul letto di morte, di fronte a Dio. Decide di eclissare una volta per tutte il volto dietro questo pezzo di stoffa nera.Nel racconto che lo scrittore fa di questa domenica manca però un particolare fondamentale: quali erano le parole che il Pastore pronunciò nel corso del suo sermone? Nonostante questa importante omissione sappiamo che il sermone non aveva assolutamente come scopo la spiegazione del gesto di nascondimento del Pastore. Per questo allestimento ho chiesto a Claudia Castellucci di scrivere il pezzo mancante: il sermone del Pastore Hooper (questo il nome del pastore). Trovo che il risultato sia straordinario per come riesce a non–dire, pur essendo consono al quadro umano di questo racconto di lancinante potenza filosofica. Il volto è il luogo dell'incontro, è il luogo in cui si giocano tutte le dinamiche dell’uomo, dall'amore tra due persone alla guerra, alla pace. L'incontro con il volto dell’altro provoca inizialmente in noi il desiderio di eliminarlo, di ucciderlo, perché è diverso dal nostro. Il soffermarsi sul volto dell’altro stabilisce la relazione che è responsabilità e condivisione.È Lévinas, il filosofo che ha “scoperto” il volto e che parla della sua epifania, intendendo il momento della scoperta, della rivelazione della presenza dell’altro, con tutto il suo universo interiore, con tutta la sua umanità.Per parte mia ho cercato di ricreare lo stesso tipo di stress negli spettatori che, al pari dei parrocchiani che ricercano il volto del loro pastore, non riusciranno a vedere le sembianze della star, del volto dell’attore che conoscono: Willem Dafoe – per inciso, uno straordinario attore dal volto così espressivo da renderlo, una volta visto, indelebile nella nostra memoria –.Il fatto di nascondere è però anche un risignificare il ruolo cruciale che ha il volto tra di noi, di riconoscerlo per quello che è: un luogo, il luogo della politica. Nasconderlo, al fine di renderlo vivido e urgente. Nasconderlo nel silenzio, come fosse un grido. Il gesto del reverendo Hooper è un esperimento in negativo della politica; una politica radicata nell’esistenza dell’altro. Se è vero che l’espressione del volto dell’altro ci impegna a far società con lui, è anche vero che è appello dell’uno all’altro anche se viene a essere negato, giacché il volto parla anche se occultato da un fazzoletto nero: rimane il suo vuoto e il suo appello. Il volto, dunque, è condizione di ogni discorso, e nel dialogo, inteso come un rispondere ossia un essere responsabili per qualcuno, si dà l’autentica relazione. Allora, cosa vuole dirci il Pastore con la sua scelta? Cosa davvero, e in profondità, ci vuole dire? Perché questa sfida lancinante, che lui stesso paga in prima persona con un prezzo di altissimo dolore? Perché lo ha dovuto fare? Se il Pastore si copre il volto anche la sua parola e quella di Dio e tutta la presenza divina nel suo ministero collassano. Il genio letterario di Hawthorne ci risparmia una risposta perché la risposta non è mai degna della domanda.Ecco, io vorrei seguire».

 
 
 
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